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WOOLF WORKS

Woolf Works di Wayne McGregor, una grande prima nazionale alla Scala

Recensione:
Woolf Works © Brescia/Amisano

A Frédéric Olivieri, Direttore del Corpo di Ballo, va innanzitutto riconosciuto il merito di aver portato in Italia Woolf Works, uno dei più grandi capolavori di balletto dei nostri giorni. I danzatori scaligeri impersonano con intensità dirompente e un vigore unici questa pluripremiata coreografia realizzata nel 2015 da McGregor per il Royal Ballet.

Atteso in Scala anche il ritorno di Alessandra Ferri, che alla soglia dei 55 anni, indaga con straordinaria efficacia interpretativa il ruolo costruito per lei e con lei lavorando a fianco di Federico Bonelli. Già solo con queste premesse la serata non poteva che essere un trionfo e lo è stato con i suoi lunghi applausi e le numerose chiamate a proscenio.

Il nuovo linguaggio di Wayne McGregor

Il balletto si articola in tre atti “I now, I then”, “Becomings” e “Tuesday” rispettivamente ispirati a Mrs Dalloway, Orlando e Le Onde di Virginia Woolf.
In apertura una registrazione per la BBC del 1937 ci regala l’emozione della voce della Woolf. Pettinata in stile vittoriano, dal fondo affiora Alessandra Ferri alla quale via via si aggiungono gli altri ballerini. Supportato dalla musica, McGregor usa un linguaggio articolato e multidisciplinare per tradurre le sensazioni e stati d’animo, dato che di fatto non c’è una vera trama narrativa. Pur restando nella scia della tradizione classica, McGregor dà una nuova valenza ai gesti; i movimenti sinuosi e suadenti avvolgono i corpi, la mente e il cuore. Tre cornici di diverse misure in continuo movimento cercano di contenere il fluire dei pensieri, cercando di incasellarli sfuggevolmente tra un prima, un adesso e un poi. L’atmosfera snob di Bloomsbury viene ricreata con i rumori degli zoccoli dei cavalli, il chiacchiericcio delle persone, l’eco dei rintocchi del Big Ben, il tintinnio dei bicchieri al pub. Infine la dolcezza del pianoforte ci trasporta in un mondo onirico, mentre gli archi infondono l’ultimo soffio di vita alla danza.



Becomings è un capolavoro di illuminotecnica. I fasci di luci di Lucy Carter ritagliano porzioni di corpi e di palcoscenico creando un unicum pittorico, scultoreo e architettonico in un’essenzialità completa. Il corpo di ballo dà l’anima in un crescendo di musica, danza e tecnologia. I riflettori vengono puntati verso la sala disegnando, prima a monocromo e poi con tutte le sfumature dell’arcobaleno, le cornici marcapiano di tre ordini di palchi e trascinando il pubblico nel fantastico viaggio di Orlando.

Infine Tuesday nel quale l’impercettibile movimento delle onde sullo sfondo rifrange la poesia della danza in bilico tra vita e morte. Le composizioni convenzionali in linea vengono presto sostituite da schemi curvi e serpeggianti e il cerchio è il leitmotiv coreografico sia dei gruppi che del singolo nell’esecuzione del rond de jambe.


Max Richter, note divine

A dir poco divina la partitura scritta da Max Richter che traduce in lirica musicale i soliloqui intellettuali della Woolf con i suoi alti e bassi che la portarono al suicidio. Come in un prisma di cristallo, musica elettronica e strumenti tradizionali rifrangono i diversi stati d’animo, sbriciolandone la personalità. Il continuo fluire delle note e delle immagini si moltiplicano in una pluralità e successione di momenti in un labile gioco psicologico che rapisce regalando istanti di delicata bellezza.

A dirigere l’orchestra il Maestro Koen Kessels che ha sostituito Oleg Caetani a causa di un’indisposizione.

 

Visto il 12/04/2019
al teatro Teatro alla Scala di Milano (MI)

Woolf Works
Danza
Informazioni principali
Regista
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Protagonista
Alessandra Ferri , Federico Bonelli

Sonia Baccinelli

  Redattore

Studi classici e laurea in Architettura, a sette anni già si dedica al balletto, fino a diplomarsi nel 2003 come insegnante presso la Royal Academy o...

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