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VERTIGINE

'Vertigine': e l'Auditorium si fece teatro

Recensione:

Rassegna voluta da Giorgio Barberio Corsetti (direttore del settore danza dell'Auditorium fino alla scorsa stagione e principale sostenitore della poliedricità della sua programmazione) in uno spazio come l'Auditorium di Roma che dimostra sempre di più la sua vocazione alla polifunzionalità totale (musica cinema danza conferenze e ora anche teatro) Vertigine costituisce una piattaforma per giovani compagnie italiane che possono far conoscere così il proprio lavoro ai principali operatori e direttori di rassegne teatrali italiani, europei e internazionali invitati in un vero e proprio meeting. Un’occasione per il mercato teatrale che vede come interlocutori i direttori e i responsabili artistici dei principali festival ed eventi internazionali chiamati a valutare i 15 lavori che Corsetti ha selezionato (con Graziano Graziani, curatore della programmazione teatrale del Rialto, oggi chiuso) tra gli oltre 420 pervenuti. Non c'è teatro senza pubblico e questo spiega la scelta di aver allestito Vertigine in uno spazio come l'Auditorium per portare il teatro all'attenzione anche di un pubblico trasversale non specificatamente teatrale. Prima ancora dell'inizio della rassegna-concorso (la giuria sarà chiamata ad esprimersi per assegnare un premio di 10mila euro al uno dei 15 spettacoli in scena) Vertigine è stato purtroppo preso di mira da critiche ingiuste e non del tutto pertinenti di chi ha visto nella rassegna un'occasione mancata perchè per una piattaforma che si pone come obiettivo quello di far emergere il nuovo, mi permetto di avere non pochi dubbi sul calendario degli spettacoli come argomenta Andrea Pocosgnich sul sito Teatro e critica. In realtà Vertigine non cerca solo di segnalare il nuovo (categoria ambigua: una messa in scena di Pirandello o Goldoni può essere molto più nuova di uno spettacolo che ricerchi la modernità ad ogni costo) bensì, come ha detto Corsetti stesso in una intervista cerca di far conoscere spettacoli che sono già affermati ma per un ristretto gruppo di nicchia, fra critici smaliziati, addetti ai lavori e teatrofili indipendenti: farli conoscere al pubblico trasversale dell’Auditorium, che sa di danza e di musica ma meno di teatro (in Roma c'è). I criteri di selezione stessi della rassegna (basta andarsi a leggere il regolamento) richiedevano degli spettacoli già messi in scena, addirittura videoregistrati (per permetterne la selezione) per cui giocoforza gli spettacoli finalisti non potevano essere delle prime assolute. Pocosgnich critica anche l'eterogeneità della selezione effettuata indicandola come un male, e non si capisce perchè. Questi tre giorni di spettacolo hanno offerto invece un panorama vasto della produzione giovane (il limite d'età era fissato preferibilmente sotto i 35 anni) spaziando dal teatro di parola (dai monologhi agli adattamenti di romanzi) alle istallazioni puramente visive, in una contaminazione con la videoarte, il pop e la musica. Tre giorni densi, intensi ed emozionanti in una struttura come l'Auditorium sempre di alta efficienza organizzativa che fa dubitare di essere in Italia (se non fosse per i resti della villa Romana divenuta parte integrante dell'Auditorium...) a dei prezzi popolarissimi (dai 3 ai 5 euro per singolo spettacolo, 15 e 20 euro l'abbonamento giornaliero per tutti gli spettacoli, ecco un modo onesto di impiegare i finanziamenti pubblici...). In un momento di profonda crisi no, non già del teatro come si dice da più parti (Vertigine dimostra ampiamente il contrario), ma civile, di uno Stato e di un Governo che vedono la cultura come un elemento accessorio e superfluo con criminosi e miopi tagli al FUS (in questo sostenuti da tante italiane e italiani che hanno della cultura la stessa considerazione del pop-corn che mangiano quando vanno al cinema: qualcosa da consumare e digerire) la Regione Lazio, che ha finanziato il progetto, dimostra che in Italia solo gli enti locali si preoccupano di tenere viva la cultura (teatrale e non solo) e di dare modo a un teatro che, nonostante tutto, è in ottima salute creativa, di emergere e di mostrare come la cultura sia qualcosa di ben diverso da quella che Brunetta e Bondi pretendono che sia. E' un piacere aver visto gli spettacoli in una platea popolata da addetti ai lavori (tanti gli accreditati) dai giurati invitati da tutto il mondo e dal normale pubblico (di tutte le età dallo studente alla signora âgée ma aperta al nuovo più di tanti giovani) giunto numeroso, curioso, sollecito e acuto nelle sue osservazioni critiche (i commenti in sala non mancavano mai) tutti insieme a vedere un prodotto culturale non omologato che permette di pensare, cosa evidentemente invisa a molti, troppi, amministratori della cosa pubblica. Molte le novità nel campo del teatro non verbale, quello che contamina l'istallazione d'arte con una ricerca visuale e sonora che fa del teatro il luogo ideale per una performance attenta e sollecita. Interessante Voilà di Vincenzo Schino. Sul grande palco della sala Petrassi una struttura nera di proscenio divide la platea dalla scena. Al centro un foro aperto che fa vedere l'interno. Un diaframma mobile che si aprirà sempre di più su delle immagini fluide, oniriche, che commistionano figure del teatro della commedia con le maschere napoletane, frammenti di un immaginario scenico ottocentesco, mentre presenze fantasmatiche, e demoniache, fanno da contrappunto a una complessa partitura sonora (spazialmente collocata - grazie a interessanti effetti stereo - mentre alcune delle musiche sono suonate dal vivo in scena) e visiva, però criptica, ripetitiva e ridondante. Un'idea che si sostiene per i primi quindici minuti ma che non giustifica del tutto la durata complessiva dei 53 minuti sortendo l'effetto di una narcisistica autoreferenzialità algida e distante. Il pubblico gradisce applaude entusiasta. D'impianto più tecnologico Periodo nero di Cosmesi  che, partendo dall'immaginario collettivo tra videogame (uno dei quali proiettato a loop prima dell'inizio dello spettacolo mentre il pubblico accede in sala) e i disegni animati, torna al pre-cinema delle ombre cinesi e allestisce uno spazio scenico dove un'attrice interagisce con uno schermo sul quale, in retro-proiezione, delle sagome marciano, fanno ginnastica,  inciampano, vengono uccise. Poi è la volta di uccelli ad essere uccisi trasformandosi, quando toccano terra, morti, in fiori e poi in crocefissi... Una poetica dell'organico e dell'inorganico la cui comicità data dallo status di silhouette cozza contro la drammaticità delle situazioni mostrate. L'attrice vestita di nero, dai lunghi e fluenti capelli che ora lascia sciolti ora nasconde sotto un cappuccio del suo costume, interagisce con queste silhouette, cerca di imporsi per la sua autonomia, viene tagliata fuori, non le è permesso di mostrarsi al pubblico al di qua dello schermo perchè un faro di proscenio illumina gli oggetti che manipola (palle da bowling, crocifissi di legno bianchi) ma mai lei. Uno spettacolo interessante per il discorso che allestisce ricordando allo spettatore che, come recitano le note di regia, Periodonero ti aspetta fuori di qui. L'unica pecca la non perfezione della performance dell'attrice che, soprattutto quando deve recitare fuori dallo schermo, è fisicamente impacciata e compie dei movimenti non definiti dimostrandosi ben meno viva delle sagome animate proiettate sullo schermo... I Will Survive, assieme a Remeber Me, è lo spettacolo non verbale più riuscito e interessante dell'intera rassegna. In uno spazio disseminato di cartoni appiattiti e bottiglie di plastica i cartoni si muovono, prendono forma, si costituiscono in scatole, dalle quali scaturiscono propaggini con terminazioni luminose. Scatole e agglomerati costituiscono un panorama, un profilo, di una metropoli, o di una baraccopoli, di una discarica o di un luogo immaginario, una parete mobile e variegata di cartoni che prendono vita; poi un cartone si distacca esplora con una protuberanza luminosa lo spazio circostante, ingloba velocemente bottiglie di plastica, mentre un piccolo dispositivo argenteo e luminoso su ruote contende e indica alla scatola viva dove sono gli oggetti da prendere. Poi ognuno torna al suo posto mentre nulla rimane fermo e nuove scatole prendo il posto di quelle precedenti finché tutta questa costruzione immensa. cresciuta in larghezza altezza e profondità. avanza lentamente ma inesorabilmente verso il pubblico fino a crollare miseramente. Solo dopo gli applausi i tre attori-animatori emergono dalle macerie di cartone cioè sorprendentemente dal nulla, perchè in apparenza lo spazio per i loro corpi non c'è, né  sotto le macerie di cartone né quando le scatole parevano muoversi da sole (con l'unica esclusione del dispositivo su ruote, radiocomandato). La fascinazione per l'inorganico che si fa organico, per i rifiuti umani che si organizzano mossi da una volontà propria indicando la strada che dalla forma porta al movimento e dunque alla vita, più viva nell'inorganico che in noi stessi, seduce gli spettatori che applaudono entusiasti e stupiti come novelli bambini. Remeber Me di Sineglossa propone l'allestimento più elegante della rassegna, costruito intelligentemente sulle proprietà riflettenti delle lastre di vetro che, opportunamente orientate, ricollocano in scena i corpi degli attori, altrimenti altrove, fuori dalla visuale degli spettatori. Una strategia di collocamento e ricollocamento del corpo attoriale piegata alla ricerca di una de-costruzione del corpo umano sessuato, non per un suo azzeramento ma per una sua ricostituzione polimorfa che, nel momento stesso in cui seduce e affascina, mostra in tutta la sua fallacia le costruzioni sociali su cui confondiamo l'essere uomo e donna con il maschile e il femminile socialmente codificati. Il punto di partenza è Didone, la donna più viva e più nota dell’Eneide, nell'opera di Henry Purcell, dove, prima di immolarsi con la spada per l'abbandono di Enea, dice Remember me but forget my faith". L'oblio del destino e il ricordo della persona, del nome. E se anche Enea avesse pronunciato quella stessa frase?, si chiedono i componenti di Sineglossa. L'istallazione mostra una donna che saluta rivolta verso il pubblico. Un'immagine pubblica, "in presenza" (vediamo l'attrice direttamente) alla quale segue una immagine privata della donna nell'intimità di una abitazione (raffigurata solo da un abat-jour sospeso a mezz'aria e da uno specchio nel quale la donna si rilfette, dando le spalle al pubblico). La donna, non più visibile direttamente, ma solo grazie al riflesso di un vetro e a un'oculata illuminazione, si spoglia lentamente (a cominciare dal cappello che si leva da sé). In un'alternanza di luce e buio (giustificato scenicamente dall'abat-Jour che viene acceso e spento dalla donna stessa) una voce maschile modula alcune note dell'aria dalla Didone ed Enea di Purcell ripetendo le parole Remember me mentre la donna finge di pronunciarle in playback. Altra sostituzione, oltre al corpo che, privato alla vista diretta, viene restituito dal riflesso, ecco una voce in prestito per quel corpo. Un processo di privazione nel quale la donna "pubblica", ufficiale, lascia prima spazio all'immagine riflessa, privata e ufficiosa di se stessa, mentre l'attrice si spoglia mostrando le proprie nudità, e poi quella stessa immagine viene sovrapposta a quella di un altro corpo, dell'attore del quale abbiamo già sentito la voce. Riflesso fantasmatico la sua immagine si materializza nello stesso spazio in cui viene riflesso il corpo dell'attrice, in modo tale che i due corpi si sovrappongono sopravvivendo ora come entità singole ora come ibridi, in un gioco di contaminazione, tra corpo maschile e femminile, polimorfo. L'effetto visivo è di notevole eleganza, l'attore e l'attrice portano le proprie nudità con disinvoltura, il viso pubblico della donna, sereno e serafico, lascia posto ora a delle espressioni conturbate, mentre il volto maschile parte da pose virili e serie increspandosi in espressioni di ira o di dolore, approdanando a una immagine dinamica che ricorda, nell'impianto visivo, per certi brevissimi eppure interminabili momenti, alcuni quadri di Bacon. Dalla polisemia del mito, interpretabile e ri-raccontabile, all'indeterminatezza prolifica del corpo polimorfo la cui identità sessuale fluttua, è mutevole, senza che prevalga forma alcuna, in un percorso di sottrazione e di scomparsa, meta ultima dell'evoluzione-fusione delle due figure. Una metafora totale dell'esistenza umana, ma anche di quella del teatro, dove la presenza-assenza dell'attore-personaggio si sovrappone a quella dell'uomo e della dona in una figura ectoplasmatica spostata dietro le quinte eppure ancora visibile grazie alla dislocazione di un riflesso. Una presenza vera perchè ha bisogno del corpo reale dell'attore per esser vista (a differenza di una immagine cinematografica che testimonia il falso dicendo del corpo ripreso "io sono qui" mentre in realtà si limita a dire, con gusto necrofilo, "il corpo è stato qui ma ora lo sostituisco io") facendo del teatro l'unica forma contemporanea che possiede ancora quell'aura della quale Benjamin ha denunciato la perdita nell'epoca della riproducibilità tecnica. In un'immagine-crogiolo dove il maschile e il femminile (che ha le forme degli splendidi Simona Sala, dai seni generosi e di Giancarlo Sessa, dai pettorali scolpiti) sono suggestivi portatori di metafore del nostro essere che affonda le radici nel passato e ritorna al presente sotto forma di assenza. Indimenticabile, splendido, commovente. Non ci meraviglia che lo spettacolo abbia ricevuto almeno una menzione speciale. Dal versante del teatro di parola, accanto a esempi di teatro civile e di denuncia, come Angolo somma zero di Alessandro Langiu nel quale una voce narrante, accompagnata da un musicista, racconta le storie apparentemente indipendenti di un fioraio e un musicista specializzati in matrimoni e feste sulla statale Taranto Brindisi fatta per lavoro che si trasforma nel racconto di soprusi, di lotte e di omicidi, uno spettacolo raccolto, forse è un po' spaesato nell'ambito di questo festival (soprattutto messo in scena nel grande palco della Sala Petrassi) ci sono spettacoli di puro divertissement drammaturgico, incentrati sull'istrionismo attoriale, come l'omaggio all'Otello shakespeariano di Otello alzati e cammina di Gaetano Ventriglia vero affabulatore che gioca anche su certi luoghi comuni della critica teatrale strizzando l'occhio ai rapporti tra teatro e vita, mentre Daniele Timpano si inserisce là dove la storia relativamente recente d'Italia si innesta con il mito. In Dux in scatola. Autobiografia d'oltretomba di Mussolini Benito Daniele Timpano mentre dice di essere il cadavere di Benito Mussolini (e, anche, l'attore Daniele Timpano), si abbandona a un gioco drammaturgico nel quale il racconto mussoliniano si stempera nei commenti che l'attore Daniele fa sui fan (sic!) di Mussolini e sugli Italiani in genere mentre Mussolini racconta della propria cattura, uccisione, della sottrazione del suo cadavere fino alla collocazione definitiva a Predappio (con annessi, ridicoli gadget), con profusione di date (anche quando sono incerte) testimoni, nomi degli astanti dei partecipanti e dei responsabili. Uno spettacolo spassosissimo in bilico tra la performance teatrale e la rilettura ironica, ma seria e drammatica, dell'Italia post-fascista. Da Piazzale Loreto nel ’45 alla sepoltura nel cimitero di San Cassiano di Predappio nel ’57 lo spettacolo compie un excursus nella letteratura fascista e post fascista che sostenne il duce, nella storia politica dei partiti fascisti che si formarono ancor prima della nascita della repubblica, compiendo un'analisi impietosa di miti e luoghi comuni dei fascisti su Mussolini, per dimostrare come oggi siamo tutti razzisti, fascisti, maschilisti e sessisti. E da buoni italiani a sentirci dare del fascista ridiamo e non ce ne preoccupiamo... Ottimo esempio di spettacolo civile, che rinverdisce la memoria storica anche di fatti poco conosciuti talmente assurdi da sembrare inventanti e invece regolarmente documentati e davvero accaduti. Uno spettacolo che dovrebbe girare nelle scuole e dappertutto, con forse qualche lungaggine nella parte finale, quando sembra parzialmente ripetersi, ma che sa divertire, informare, e restituire dietro lo specchio apparentemente deformante dell'ironia un'immagine attualissima della fascistissima Italia contemporanea. Spettacoli, questi ultimi, così radicati nella cultura italiana da far nascere legittima la domanda di quanto la giuria internazionale sia in grado di apprezzare certi rimandi connaturati alla cultura italiana difficili da cogliere per chi a quella cultura non appartiene. Così Mangiami l'anima e poi sputala di Fibre Parallele, basato sul romanzo omonimo di Giovanna Furio,  sul canovaccio dell'amore di una giovane donna devota per Gesù. così forte da farlo scendere dalla croce e seguirla a casa sua, si fa saggio di antropologia dove vengono osservati con minuziosità i rapporti maschilisti tra i due sessi ma anche l'afflato della fede per Gesù così radicato nel sud da assumere le forme di un delirio fanatico che capovolge il senso di questo amore trasformandolo in un atto di violenza inaudita. Bravo e sexy Riccardo Spagnulo nella parte di Gesù (che fuma e ha la voce di un extracomunitario) brava anche Licia Lanera dal corpo sovrabbondante che mostra in scena anche nudo, in un ruolo non facile condotto con sottile precisione. Per cui non meraviglia se, alla fine, il premio sia andato allo spettacolo che meglio di altri presenta certi parametri di italianità più facilmente riconoscibili agli occhi internazionali (e non italiani) dei giurati come Made in Italy (nomen omen). Vertigine si è dimostrata una rassegna interessante, un esperimento riuscito il cui bilancio positivo dà motivo per una seconda edizione (se non cambieranno le premesse politiche che l'hanno reso possibile) ce lo auguriamo e aspettiamo con impazienza la seconda edizione con nuovi spettacoli mentre questi primi quindici finalisti ci auguriamo, tra un anno, siano ancora in giro per il mondo ...in tournée! ; spazializzazione del suono: Gennaro Mele; canto lirico: Rurie Ogata; realizzazione costumi: Michele Napoletano, Morena Bagattini; effetti plastici: Leonardo Cruciano; Workshop assistente alla produzione: V cura della visione e regia: Vincenzo Schino Con Emiliano Austeri, Marta Bichisao, Riccardo Capozza, Gaetanooilà Liberti, h.e.r.; progettazione, realizzazione scenotecnica e macchinistica: Emiliano Austeri; cura del movimento: Marta Bichisao; composizioni originali e adattamenti musicali: h.e.r.; ricerca e consulenza musicale: Gaetano LibertiGiuseppe Schino; consulenza amministrativa: Cronopios; organizzazione: Marco Betti; amministrazione: Teatro Valdoca; produzione Teatro e Officina Valdoca, Festival delle Colline Torinesi, Associazione Demetrawww.operaweb.net I Will Surive di Giorgia Maretta e Andrea Cavallari con la collaborazione di Silvia Cantoni, Andrea Rimoldi, Beatrice Sarosiek, Massimo Trombetta con Andrea Rimoldi, Massimo Trombetta, Beatrice Sarosiek/Silvia Cantoni light design Antonio Zappalà consulenza allestimento Marica Messa consulenza arti visive Cristiana Campanini un ringraziamento speciale a Michele Di Stefano produzione Associazione Garten co-produzione Danae Festival – Progetto Ares Periodonero progetto, impianti e drammaturgia Eva Geatti e Nicola Toffolini, animazioni video Emanuele Kabu, programmazione interattiva, elaborazione sonora e visiva Frank Halbig e Olivia Toffolini, grafica video danXzen frammenti sonori Frank Halbig, carlomargot e Rotorvator collaborazione tecnica Giovanni Marocco una produzione Cosmesi 2009 con CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia e Centrale FIES con il supporto tecnico di ZKM, Center for Art and Media Karlsruhe compagnia in residenza a Udine, SpazioTeatro Capannone del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG Remeber Me con Simona Sala, Giancarlo Sessa voce live Giancarlo Sessa illusioni luminose Luca Poncetta suono Roberto Vacca cura Federico Bomba produzione Sineglossa con il sostegno di Nottenera '09 Serra De’ Conti – An con il contributo della Provincia di Ancona - Ass. Politiche Giovanili Angolo somma zero di Alessandro Langiu musiche di Peppe Voltarelli con Alessandro Langiu e Peppe Voltarelli luci Gianni Staropoli produzione Nemesi Otello, alzati e cammina di e con Gaetano Ventriglia luci Thomas Romeo maschera Isabella Staino una produzione malasemenza, Armunia, Rialto Santambrogio Dux in scatola. Autobiografia d'oltretomba di Mussolini Benito uno spettacolo di e con: Daniele Timpano; collaborazione artistica: Valentina Cannizzaro, Gabriele Linari; disegno luci: Marco Fumarola: foto di scena: Valerio Cruciani; progetto grafico: Alessandra D'Innella; drammaturgia e regia: Daniele Timpano; produzione: amnesiA vivacE; in collaborazione con Rialto Santambrogio; Finalista del Premio Scenario 2005 Mangiami l'anima e poi sputala di e con Licia Lanera, Riccardo Spagnulo assistente alla regia Maria Elena Germinario luci Carlo Quartararo scene Gianluigi Carbonara oggetti di scena Nunzia Guacci collaborazione tecnica Frank Lamacchia grafica Alessandra di Ridolfo si ringrazia per la collaborazione Fabrica#Famae e lo Spazio O.F.F. di Trani

 

Visto il 04/03/2010
al teatro Auditorium Parco della Musica di Roma (RM)

Vertigine
Prosa
Informazioni principali
Regia
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Protagonista
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Alessandro Paesano

  EX-REDATTORE di ROMA

Di origini siciliane, ma nato e cresciuto a Roma, Alessandro Paesano arriva alla critica teatrale (su Cinema d'Essai), e cinematografica (su Film) neg...

>> continua