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L’amore per la vita scioglie il lutto e il rancore

Recensione:
L’amore per la vita scioglie il lutto e il rancore

Aram Tomasian ha assistito da bambino in Armenia alla decapitazione della sua famiglia da parte dei turchi durante la repressione del 1915. Grazie alla collezione di francobolli di suo padre è riuscito a corrompere un numero sufficiente di persone per poter emigrare in America. Stabilitosi a Milwakee ed affermatosi come fotografo ha sposato per procura la giovane Seta, anche lei armena, proveniente da un orfanotrofio.

Sin dal loro primo incontro si intuisce che l’intesa tra i due non sarà raggiunta in fretta: lui austero tradizionalista, chiuso in se stesso, che vive sempre con il pensiero rivolto al passato, ha adottato come simbolo una fotografia della sua famiglia cui sono state ritagliate le teste che, come in un macabro puzzle, dovranno essere sostituite da quelle sue, della moglie e dei figli che verranno; lei espansiva, proiettata verso il futuro, incapace di stare zitta, si sente quasi una miracolata per essersi salvata e vede in questa nuova opportunità un motivo per tornare a vivere.

I motivi di contrasto saranno molti nel corso degli anni, soprattutto quando Aram capirà che, a causa della sterilità di lei, non potrà realizzare il suo progetto di famiglia. Ma Seta riuscirà con la sua determinazione e la sua positività -gustosissima la scena in cui i due discutono sui doveri della moglie rinfacciandosi i versetti della Bibbia- a scalfire il muro di impenetrabilità del marito. Sarà l’ingresso nella loro vita di Vincenzo, un giovane scugnizzo italiano, anche lui orfano, a sciogliere quel grumo di dolore e rancore e a portare una luce nuova nel rapporto.

Regia attenta e attori in stato di grazia

Andrea Chiodi, che può contare in “Una bestia sulla luna” su un ensemble di attori in vero e proprio stato di grazia, imposta una regia estremamente lineare, quasi invisibile (e sono le migliori), attenta a scavare nell’animo dei singoli personaggi che vengono scolpiti con grande maestria e che si stagliano nell’essenziale scenografia progettata da Matteo Patrucco.

Seta al suo apparire in scena ha 15 anni ed Elisabetta Pozzi è bravissima a renderne la fragilità e il bisogno di protezione, tra i quali però già comincia a intravvedersi quella voglia di riscatto che la trasformerà in una donna matura e volitiva, capace di tenere testa al marito e quindi di salvarlo. Al suo fianco Fulvio Pepe è un Aram che riesce a difendere la propria fragilità facendo calare un muro impenetrabile per tre quarti dello spettacolo, ma che alla fine lascia finalmente affiorare il dolore e accetta di guardare avanti e confrontarsi di nuovo con il mondo.
Ottime anche le interpretazioni di Luigi Bignone che interpreta il giovane Vincenzo e Alberto Mancioppi, nel ruolo del narratore che poi altri non è che Vincenzo ormai adulto.
Uno spettacolo coinvolgente, intenso, toccante che ci ricorda che, anche se si è tre orfani, insieme si può essere una famiglia. Da vedere.

 

Visto il 23/11/2017

Davide Cornacchione

  Redattore

Studi classici e laurea in farmacia. La lettura del Macbeth di Shakespeare suggerita da una lungimirante insegnante di italiano in terza media ha stim...

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