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Les Bouffes del Palazzetto Bru Zane fanno capolino al Carnevale di Venezia

Recensione:
Les Bouffes de Bru Zane
Les Bouffes de Bru Zane

Les Bouffes de Bru Zane son tornati a Venezia, in pieno Carnevale 2020. Nell'unica tappa italiana di una tournée che dalla Francia è partita, ed in Francia proseguirà, ecco dunque Un mari dans la serrure di Frédéric Wachs e Lischen et Fritzschen di Jacques Offenbach: due operette in formato mignon, in scena nel salone del Palazzetto Bru Zane.

Fare molto con poco

L'imperativo dei tempi era fare molto con poco. Quali salti mortali impose infatti agli impresari teatrali il diktat napoleonico rimasto in vigore sino al Secondo Impero! Due, massimo tre personaggi in scena, niente cori, orchestre ai minimi termini. Nacque così una miriade di siparietti comico-musicali in un atto, definiti anche saynètes - oggi li chiameremmo scenette o sketches – dal carattere grottesco e mordace, e spesso con battute e situazioni piccanti.

Affidate a frizzanti attori/cantanti, queste brevi operette andavano in scena solitamente in piccoli ed affollati locali, ma talvolta anche in “salle de spectacles” più capienti come Les Bouffes-Parisiens o il Théâtre des Variétés. Scopo di fondo, impinguare le locandine dei variegati spettacoli di cabaret tanto amati da un pubblico in cerca d'evasione e di divertimento. Parigi in testa, ovviamente.

Due gioielli comici rimessi in circolazione

Un mari dans la serrure, creato nel 1876 all'Eldorado su libretto di L. Péricaud e G. Villemer, vede lo spiantato flautista Bigorneau chiudersi per sbaglio nell'appartamento della giovane Thérézina. È un'attrice che sta provando in camera sua una parte, pugnalando con foga un manichino: il giovanotto dal salotto sente le sue parole, e cade in un buffo equivoco – credendo abbia ammazzato il padre - molla di tutte le loro battute successive, sino all'ovvio chiarimento finale.

In Lischen et Fritzschen, destinato nel 1863 ai frequentatori del Kursaal di Bad Ems in Renania, Offenbach mise in burla due giovani alsaziani emigrati a Parigi: la prima, una sfortunata venditrice ambulante di scope; il secondo, un cameriere appena licenziato per la sua goffaggine. S'incontrano, si confidano, si piacciono, scoprono di essere compaesani e persino cugini. Vista la magra situazione, meglio tornare a casa e mettere su famiglia.
La loro buffa cadenza – patois di confine che mischia tedesco e francese – sta alla base del divertimento innescato dal gioviale libretto di Paul Baisselot; su di esso s'innesta la dovizia di numeri musicali di Offenbach, fra i quali primeggia l'irresistibile omaggio comune alla terra natia. Prerogativa che invece fa un po' difetto alla saynète di Wachs, maggiormente imperniata sul parlato e con minori momenti musicali.

Pochi, ma eccellenti interpreti in scena

Lo spazio è assai contenuto, quindi le scene sono rimaste a casa. I bei costumi no, li firma Mathieu Crescence, mentre la minimale messa in scena, dall'andatura spigliata e vivace, satura di piacevolissimi escamotages comici, la dobbiamo a Romain Gilbert. Sciolto sostegno alle chansons, ai couplets, ai tanti duetti, sta il pirotecnico pianoforte di Jean-Marc Fontana.

Due gli interpreti: surreali, simpatici e coinvolgenti. Sono il versatile tenore francese Damien Bigourdan, che oltre a cantare con squisita nonchalance e deliziosa varietà di espressioni, conquista immediatamente con la sua vivacissima mimica; ed il giovane mezzosoprano Adriana Bignagni Lesca. Nata in Gabon e diplomatasi al Conservatorio di Bordeaux, alle prese con i suoi due personaggi sfoggia grande musicalità ed una destrezza attoriale non comune.

 

Visto il 21/02/2020

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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