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Un ottimo "Ballo in maschera" apre la stagione del Delle Muse di Ancona

Recensione:
Ballo in maschera
Ballo in maschera

E' una regia algida, stringente, quasi ansiogena, quella che Pete Brooks inietta nel Ballo in maschera che apre la breve stagione 2018 del Teatro delle Muse di Ancona. L'impronta è chiaramente di stampo espressionista: tutto sembra svolgersi in una casa di cura - l'indovina è accompagnata da due candide suore, strani infermieri girano qua e là – dove tutti vestono eguali abiti da sera. Una buffa corona di stagnola sul capo del re, cappellini a barchetta di carta per il travestimento da marinai; per ognuno un trucco man mano più macabro e pesante, così come s'allarga sempre più – sinistro presagio - la macchia di sangue apparsa presto sul candido sparato di Gustavo.

A metà tra un libretto e l'altro

Va subito detto che si è operata una scelta stravagante: mantenere partitura e libretto definitivi del Ballo, cioè quelli del febbraio 1859, ma utilizzare i personaggi dell'originale Gustavo III (i verdiani doc sanno di cosa si parla) respinto dai censori napoletani. Quindi il re Gustavo in luogo di Riccardo, Anckarström al posto di Renato, Ardvison di Ulrica, e così via... solo Amelia ed Oscar non mutano d'appellativo. Sembra uno sforzo inutile, tanto che agli interpreti sfuggono qualche volta i nomi loro abituali. Se anche la scena fosse stata riportata alla corte svedese del 1792, la cosa avrebbe avuto un senso: però Brooks procede in senso opposto, evocando un'epoca più recente ma indefinita, immersa in un'atmosfera onirica. La sua regia è comunque assai persuasiva: gravida di affanno e di lutto, costruita in senso circolare con flashback, dato che già nel Preludio vediamo dottori ed infermieri affannarsi sul corpo del sovrano assassinato, anticipando in tal modo la macabra conclusione dell'opera. Ad infondere un ulteriore dose di angoscia provvede la scarna scenografia di Laura Hopkins (suoi pure i costumi) che imposta una serie di porte numerate, come quelle di un nosocomio; e le fosche, oniriche video proiezioni di Simon Wainwright.

Dal punto di vista musicale, autentiche faville

Anche il lato musicale appare eccellente, senza ombra di dubbio. Guillaume Tourniaire conduce in maniera encomiabile l'Orchestra Sinfonica “G.Rossini”, dipingendo un affresco sonoro potente e cromaticamente variegato; e riusce ad imprimere alla sua direzione uno spiccato e fluido andamento narrativo. La compagnia è ben affiatata, e senza cadute: cosa rara. La guida il Gustavo/Riccardo del tenore Otar Jorjikia, che ricorda l'ardente Bergonzi degli anni d'oro: cospicuo volume, fiati inesausti, bella freschezza di voce, fraseggio pertinente e variegato, massima padronanza dello strumento, aderenza alla parola verdiana. Alberto Gazale consegna un Anckarström/Renato pressoché perfetto: nobile, possente, squadrato; ma quando serve, pure appassionato e toccante. Ana Petricevic mette in campo un'Amelia fluida e ricca di belle sfumature, descrivendo un personaggio toccante nello spirito, agile negli acuti, vellutato nel timbro. Anastasia Pirogova sa descrivere con abilità un'allucinata Ardvison/Ulrica; Veronica Granatiero dona un Oscar di assoluta eccellenza, stilisticamente e vocalmente uno dei migliori possibili. Completano bene il cast Luca Bruno (Christian/Silvano), Enrico Marchesini (Conte Horn/Samuel), Davide Procaccini (Conte Ribbing/Tom), Andrea Ferranti (Giudice). Il coro è il Lirico Marchigiano “V. Bellini”, ben preparato da Arnaldo Giacomucci.

 

Visto il 23/09/2018

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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