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TURANDOT

L’iperrealismo visionario russo ed il cyber-matriarcato di Cherstich per la Turandot a Bologna

Recensione:
Turandot © Andrea Ranzi

Ha fatto molto discutere questa Turandot coprodotta dal Massimo di Palermo, il Comunale di Bologna ed lo Staatstheater di Karlsruhe, quando è apparsa nello scorso gennaio nel capoluogo siciliano (qui la recensione palermitana) . E che ora approda in quello emiliano.

L'allestimento ideato dal regista Fabio Cherstich, solito a sperimentazioni inusuali, insieme con lo storico collettivo AES+F (Tatiana Arzamasova, Lev Evzovich, Evgeny Svyatsky, Vladimir Fridkes) che ne firma video, scene e costumi, reca con sé una indubbia, fascinosa spettacolarità, in una visione allucinata e distopica dell'estremo capolavoro pucciniano.

Qualcosa come una smisurata videoinstallazione, che fonde immagini reali ed elaborazioni computerizzate proiettate su tre, quattro enormi schermi. Coinvolgendo così lo spettatore in una full immersion tra visioni di grande suggestione, come l'esplorazione dall'alto di un'ipotetica, coloratissima Pekino del 2070, affollata di strani grattacieli vegetali, e percorsa giorno e notte da nubi di veicoli volanti.


Saturazione di immagini e visioni

Immagini però talora anche invasive sconcertanti, come i corpi virili seminudi – sembrano la réclame di Intimissimi - accarezzati da figure fantascientifiche che li condurranno poi alla decapitazione, o la figura surrealista del polipo dotato di decine di teste e seni femminili, o le rappresentazioni patinate di violenze perpetrate su corpi di donna, che poi diverranno teneri abbracci, molto alla Oliviero Toscani.


Alla fine, questa sovrabbondanza di immagini ha due conseguenze. Da una parte, una sorta di overdose visiva; dall'altra, distogliere l'attenzione dall'opera vera e propria che scorre nel registro inferiore, quasi relegata in secondo piano. Al punto che per concentrarsi sul fluire musicale bisogna estraniarsi dal resto... cosa invero non facile.


Leggere colori e sfumature

Ed è un vero peccato, perché al Comunale di Bologna musicalmente tutto fila liscio, sin dal podio dove presiede una giovane e promettente bacchetta, quella di Valerio Galli, che ci regala una lettura vigorosa, sicura e dettagliata nei colori e nelle sfumature. Una visione sfarzosa e maestosa la tempo stesso, verrebbe da dire. Hui He, dopo tante Butterfly, Liù e Tosca, si appropria di Turandot. Un ruolo che risolve a modo suo, svettando nel timbro brillante e puro; e nella limpida, accurata vocalità, così che la rievocazione del martirio dell'ava Lo-u-Ling rivela pietà e tormento, prima che volontà di rivalsa atroce.

E con queste premesse, vince a carte sicure anche nel passionale duetto finale. Gregory Kunde, nonostante l'età – siamo sui 65 o giù di lì - regala un Calaf niente male: facilità d'emissione, ampio fraseggio, suono squillante, luminoso e scultoreo rispondono all'appello. Se fosse anche più appassionato e soave, quando serve, saremmo al top. Mariangela Sicilia disegna una Liù di notevole classe interpretativa. Vocalmente ben centrata, liricamente tornita, tenera e struggente nell'espressione, alla prima sono per lei gli applausi più generosi. Comprimariato - termine in Turandot invero riduttivo - assolutamente di prima qualità: Vincenzo Taormina, Francesco Marsiglia e Cristiano Olivieri sono Ping, Pang, Pong; In-Sung Sim è Timur; Bruno Lazzaretti Altoum; Nicolò Ceriani il Mandarino.

 

Visto il 28/06/2019
al teatro Comunale - Sala Bibiena di Bologna (BO)

Turandot
Lirica
Informazioni principali
Regia
Fabio Cherstich
Protagonista
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Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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