Ogni letizia in terra è menzognero incanto

Recensione:
Simon Boccanegra
Simon Boccanegra © Rocco Casaluci

Il rapporto che Simon Boccanegra ha con il mare e con la propria città è fortissimo e, senza dubbio, imprescindibile per ben comprendere la sua vicenda umana. Genova è una città violenta, divisa in fazioni, che porta il corsaro al successo, ma che al contempo mal sopporta la sua autorità, mettendo in continua crisi il suo progetto di governo: una città fatta di vicoli scuri, ma anche di quel sole, di quelle scaglie di mare, di quelle zolle riarse tanto cari a poeti come Montale che, di quella terra, hanno ben compreso l’essenza.

Il Campo Pisano

La regia di Giorgio Gallione e soprattuto le scene di Guido Fiorato, troppo scarne ed essenziali a dire il vero, vogliono proprio sottolineare questo aspetto. Una piattaforma inclinata ricoperta di sassi bianchi e neri, i colori dei palazzi genovesi, ricorda il lastricato di Campo Pisano dove furono sepolti in fossa comune appunto i soldati pisani morti; sul fondo un’antica raffigurazione della città di Genova e del suo porto, sostituita poi da tutte le sfumature del celeste, così da richiamare il mare e il cielo, il tutto sotto le luci attente di Daniele Naldi. Pochi gli arredi: un ulivo a simboleggiare il giardino dei Grimaldi, alcune panche per rappresentare gli interni, una grata calata dall’alto sul finale a richiamare il carcere. Nulla più.



La direzione e la parte strumentale

Solida e sicura la direzione di Andriy Yurkevych, che si mostra capace di controllare sempre bene il suono, senza mai debordare in alcun modo. Forse si sarebbe potuto, in fase di concertazione, meglio sottolineare alcuni passaggi legati alla psicologia dei personaggi - vera protagonista dell’opera - ma l’amalgama complessivo rimane comunque perfettamente coeso. Buona anche la prova dell’Orchestra del Comunale, se si eccettuano un paio di attacchi non perfetti degli ottoni.



Il cast vocale

Elegante nella linea di canto con un perfetto equilibrio nei centri, l’Amelia di Yolanda Auyanet si presenta come una donna solida e forte: ottima la gestione dei fiati, l’acuto, a tratti tagliente, corre però sicuro, il fraseggio è curato.
Scenicamente convincente Dario Solari nei panni del protagonista: la voce c’è, ed ha un bel timbro scuro, il suono è ben in maschera, ma qualche genericità di fraseggio fa perdere un poco di allure alla figura del doge-corsaro.
Spicca su tutti, soprattutto per il buon uso della parola scenica, il Fiesco di Michele Pertusi che sfoggia uno strumento ricco di sfumature e un’emissione impeccabile in tutti i registri.
Strumento più che generoso quello di Stefan Pop che, nelle vesti di Gabriele Adorno domina la scena con il suo caratteristico acuto squillante; anche per lui però va registrata qualche genericità di troppo che fa perdere in indagine psicologica al personaggio.



Giustamente insinuante e sfuggente il Paolo Albiani di Simone Alberghini che ha ben saputo inquadrare un personaggio mutevole che lavora nelle retrovie; corretta l’emissione, buono l’impatto vocale, curati gli accenti e i colori.
Con loro Luca Gallo è un solido Pietro, mentre Rosolino Claudio Cardile e Aloisa Aisemberg ben incarnano rispettivamente il Capitano dei Balestrieri e l’Ancella di Amelia. Buona la prova del Coro.

 

Visto il 15/04/2018

Simone Manfredini

  Redattore

Studi universitari ad indirizzo classico e dottorato in Paleografia a Ginevra.  La sua passione per il teatro, e in particolare per la liri...

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