Geolocalizzazione

Se lo desideri puoi visualizzare notizie e spettacoli della tua provincia.

SETE

La sete di giustizia dei pentiti di mafia

Recensione:

Uno spettacolo d'eccezione (come pochi se ne vedono in città) grazie al tema, all'interprete e al regista.

L'autore ed attore Giulio Votta era già conosciuto per le sue camaleontiche doti teatrali, cioè per il suo saper tranquillamente passare dal teatro tradizionale al teatro sperimentale con nonchalance.
Lo spettacolo "Sete" tratta un tema terribile: quello dei pentiti di mafia... che prima non vengono creduti da quello Stato a cui si auto-denunciano e poi, dopo essere stati dichiarati pazzi e rinchiusi in manicomio (perché come recita dolorosamente un passo della pièce, spesso anche per una questione di paura << conviene a tutti far credere pazze alcune persone per non ascoltarli >>), vengono pure freddati dalla mano di quella mafia (che ha paura delle loro dichiarazioni in quanto, come recita un'altra battuta dello spettacolo, << solo a un pazzo è concesso di dire la verità >> e quindi deve pagarla: << la verità, anche quella di un pazzo, ha un suo prezzo >>!) che, paradossalmente grazie a quello Stato che ancora non conosceva il pentimento dei mafiosi, continuava ad agire indisturbata.
In particolare lo spettacolo, come ha ricordato il regista Emilio Ajovalasit prima dell'inizio della performance, è dedicato a Leonardo Vitale, cioè colui che è considerato il primo pentito di mafia per motivi di coscienza e che ha svelato spontaneamente i segreti della gerarchia mafiosa di cui faceva parte ... e che poi, anni dopo, ha trovato conferma nelle parole di Tommaso Buscetta.
Lo spettacolo, ovviamente, non racconta passo-passo questa biografia, ma svela l'anima inquieta della mafia e di chi piange i suoi danni.

Sulla scena un personaggio senza nome davvero inquietante. All'accendersi delle luci un Giulio Votta "vestito" di stracci (da pavimento) dalle caviglie fino alla testa, sembra quasi un samurai di periferia ed emana sensazioni di lotta, cattiveria e sicurezza. Ma quello che lascia ancora più basiti è la scelta del colore: bianco. Questo per antonomasia è il colore della purezza, ma anche quello della pazzia e, nei Paesi orientali (questa, ci tengo a specificare, è una mia interpretazione e richiamo culturale, non una specifica dichiarazione di volontà del regista o dell'interprete) è il colore del lutto.

A dare un'ulteriore tocco di eccezionalità all'evento sono state le musiche e le coreografie abbinate alla recitazione (ora poetica, ora in prosa).
La prima, quella realmente da brividi, è stata la melodia suonata da Votta col sassofono, unico elemento colorato che campeggiava nell'aria, ad altezza uomo, sul fondale nero della scena. Il suono di questo strumento musicale, che già di per se rimanda alle malinconia e dolori dell'anima blues e jazz si alternava alle parole di quel linguaggio poetico in cui traspariva la disperata ricerca di se stesso da parte di un indifeso essere umano che definisce la Terra << una stella infedele >>.
Le altre musiche della pièce erano registrate. Si tratta di canzoni rock, come "Stairway to heaven" dei Led Zeppelin che ha un titolo evocativo. Anche il rock è normalmente associato al dolore, ma, in più, richiama anche alla dinamicità e, cosa poco nota se non a qualche esperto, alla "violenza" dolorosa (e inconsapevole) anche da parte di chi la fa.
Dobbiamo, infine, alla voce di Votta il canto, anch'esso a volte doloroso e malinconico, delle melodie in dialetto siciliano, come "Stranizza d'amuri" di Franco Battiato.
L'altra caratteristica peculiare ed attrattiva dello spettacolo sono state le coreografie danzate da Giulio Votta. Si è trattato di una danza simmetrica e in continuo ri-inizio che, però, sorvolava la ripetizione per il fatto di svelare una parte dopo l'altra del corpo del personaggio in scena, a partire dalle caviglie per finire con la testa. Come qualcuno che si svela o che si toglie dei pesi di dosso e si ripulisce, lavandosi l'anima e il viso con l'acqua di un catino, per trovare la pace, ma anche per poi impazzire all'idea del peccato. Quel peccato che è originario nell'uomo cristiano e con l'idea che solo << da Dio viene il giudizio >>. C'e, poi, la simbologia del lavarsi dal peccato per diventare << più bianco della neve >>: ecco di nuovo un richiamo al colore bianco e, quindi, anche all'impazzire!
Le possibilità delle performance del teatro sperimentale son infinite per esprimere un concetto. Ed è così che i movimenti si sono fatti più agitati, "nervosi" e vorticosi, fino a trasformarsi, addirittura, nella rotazione degli stracci, come fossero bolas infuocate.
Che fanno hanno fatto gli stracci? Si sono trasformati in croci tombali, accompagnati anche dalla recitazione della preghiera "L'eterno riposo".

La fine è come l'inizio: il personaggio si riveste dei suoi stracci (nel senso doppio del termine: letterale e figurato) e racconta la parabola di Caino e Abele... perché ci si ammazza, ci si dichiara pazzi e ci si imprigiona tra fratelli.
La morale è che << finché dura il rimorso dura la colpa >>!

 

Visto il 05/11/2011
al teatro La casa del teatro di L'Aquila (AQ)

Sete
Prosa
Informazioni principali
Regista
Emilio Ajovalasit
Protagonista
---

Annalisa Ciuffetelli

  EX-REDATTORE di DELL'AQUILA

Ha conseguito due lauree magistrali: "Lingue e letterature straniere - indirizzo:&nbsp;storico-culturale" (2004) e "Storia dell'arte e del teatro" (L....

>> continua