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La musica procedere bene, la regia un po' meno nel “Serse” di Modena

Recensione:
Serse
Serse © Rolando Paolo Guerzoni

Con il Serse, apparso al londinese King's Theatre nell'aprile 1738 – opera che il Teatro Comunale di Modena ha posto a sigillo della sua stagione 2018/2019 - Händel si avviava all'epilogo d'una lunga carriera d'operista iniziata nel 1705, e che sarà chiusa nel 1741 da Deidamia. Non terminò la sua fortuna di musicista, perché l'aspettava nel ventennio seguente la stesura d'una quindicina di spettacolari oratori, a cominciare dal Messiah. Abbandonava le scene perché il pubblico inglese s'era stancato dell'opera italiana, e scemava il fanatismo per le sue capricciose cantanti ed i costosissimi castrati. Inaspettatamente, in questo maturo lavoro Händel parve rivolgersi al passato, alle radici stesse del melodramma, e non solo per un libretto già musicato da Cavalli nel lontano 1654, e parzialmente rimaneggiato per Bononcini cinquant'anni dopo. Ma nella struttura musicale stessa, che tra l'altro vede riapparire in scena una delle figure comiche originali, il servo Elviro: presenze queste tipiche del prototeatro barocco, prima che la riforma di Apostolo Zeno le eliminasse del tutto.


Una festa musicale di pieno barocco

La trama vede i soliti intrighi amorosi fra blasonati spasimanti, travestimenti e supposti tradimenti, sino alla felice soluzione finale. Colpisce però nella versione händeliana l'inusuale stringatezza dei recitativi, la concisione della vicenda ridotta all'essenziale, e la formidabile sequenza di pezzi d'ogni genere: da brevissime ariette agli ariosi – fra cui il celebre “Ombra mai fu”, sino alle ampie arie con da capo, come l'impetuosa “Crude furie”. Poche, quest'ultime, in verità, nella trentina di numeri musicati. Ottavio Dantone, a capo dell'eccellente Accademia Bizantina, ha lavorato di cesello (e un po' di forbice, sacrificando i cori) elaborando uno strumentale essenziale, che sostiene la linea melodica senza soverchiarla, e lascia grande libertà d'espressione alle voci. Ben attento comunque a diversificare con accortezza le dinamiche, a combinare i colori, a differenziare le indicazioni agogiche. Risultato, una concertazione trasparente e ricca di chiaroscuri, che trova sponda nella presenza di voci aduse al repertorio barocco e tutte di indiscutibile levatura tecnica: Arianna Vanditelli (vigoroso e fulgente Serse), Marina De Liso (morbido e brunito Arsamene), Delphine Galou (Amastre dal nitido timbro contraltile), Monica Piccinini (pirotecnica Romilda). E poi Francesca Aspromonte, brillante Atalanta, Luigi De Donato, ottimo Ariodate, Biagio Pizzuti, spiritosissimo Elviro.


Una scena spezzata in tre

In questa coproduzione con Reggio Emilia, Ravenna e Piacenza la scenografia, i ricchi costumi, le luci sono di Roberto Tarasco, che pone l'orchestra in vista come un tempo, ed imposta due distinti piani visuali. Sotto in proscenio, due boudoirs settecenteschi – uno a destra, uno a sinistra - che si stagliano su una chiassosa tappezzeria dal disegno pop; suggeriscono l'idea di due camerini, dove i personaggi sostano quando son fuori scena. Sopra, un ampio spazio dove una trentina di giovani mimi/danzatori/figuranti allestiscono una sorta di scenografia in movimento, con ariosi voli di veli, rotolar di grandi sfere, ruotar d'aste, innalzar di fronde. Effetti magari suggestivi, ma fini a sé stessi: non attengono alla vicenda, e distraggono senza donare nulla alla musica. Come pure le episodiche videoproiezioni, il cui scopo non è sempre intuibile. Fatti i conti, sia l'impianto drammaturgico sia la regia di Gabriele Vacis girano alquanto a vuoto, peccando di eccessiva cerebralità. Ma almeno, grazie a Dio, non intralciano il lavoro dei cantanti.

 

Visto il 07/04/2019

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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