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Quattro grandi solisti per Debussy

Recensione:
Quattro grandi solisti per Debussy

Il centenario della scomparsa di Claude Debussy offre alle istituzioni musicali l’occasione per celebrare l’eclettico compositore la cui opera costituisce il definitivo ingresso nel Novecento. Un’epoca caratterizzata da una ossessiva ricerca sulle strutture, spesso a scapito dell’importanza del suono. La cura del suono costituisce un elemento strutturale dei moderni compositori d’oltralpe e Debussy ne è stato il prolifico anticipatore. L’Istituzione Universitaria dei Concerti ha proposto al pubblico romano una serata con quattro tra i più importanti solisti italiani, Pietro De Maria al pianoforte, Marco Rizzi al violino, Enrico Dindo al violoncello e Alessandro Carbonare al clarinetto.

Apertura con tracce di Faurè

Il primo brano in programma è stato la Première Rhapsodie per clarinetto e pianoforte in si bemolle commissionato a Debussy da Gabriel Faurè, all’epoca direttore del Conservatorio di Parigi, per l’esame finale delle classi di clarinetto, un brano in cui si alternano momenti languidi e lirici con fasi ritmicamente ed espressivamente più brillanti per esaltare le possibilità virtuosistiche.
Poi è stata la volta della Sonata n. 1 in re minore per violoncello e pianoforte. I tre movimenti si susseguono sempre con il violoncello protagonista,  i tratti ironici e burleschi sono evidenti, risalta però un episodio più lirico ed appassionato che sembra in contrasto con il resto. La Sonata n.3 in sol minore per violino e pianoforte scritta durante la guerra mondiale, rappresenta nelle intenzioni del compositore un manifesto di orgoglio nazionale, una reazione al dominio della cultura tedesca, un recupero delle tradizioni nazionali attraverso la citazione delle atmosfere clavicembalistiche di Couperin e Rameau.

L’Apocalisse

La seconda parte del concerto è dedicata allo struggente capolavoro di Olivier Messiaen Quatuor pou la fin du Temps , noto anche per le particolari circostanze della sua composizione, avvenuta in un campo di prigionia tedesco nel 1940 dove Messiaen era ristretto con altri tre musicisti. Con mezzi di fortuna e con l’approvazione della direzione del campo fu concepito un lavoro ispirato all’Apocalisse costituito da otto movimenti, ognuno con un titolo proprio. L’organico previsto è stato dettato dalla necessità, poiché i solisti disponibili erano imposti dalla circostanza. Le precise simbologie numerologiche contenute nell’Apocalisse di  Giovanni costituiscono la base della struttura dell’opera che vede come come destino ineluttabile l’arrivo del settimo angelo che annuncia “la fine del tempo”.

Le strutture musicali sembrano prive di regole per quello che riguarda il tempo, il ritmo assume schemi estranei ad ogni aspettativa, sembra che Messiaen abbia voluto proporre una fine anche del tempo musicale classicamente inteso. I quattro grandi solisti hanno interpretato con grande maestria il brano suscitando forti emozioni nel folto pubblico dell’Aula Magna della Sapienza, in particolare grande impressione per il terzo movimento Abimes des oiseaux con il clarinetto di Alessandro Carbonare e la Danse de la fureur pour les sept trompettes con tutto l’organico impegnato.

 

Visto il 10/02/2018

Umberto Asti

  Redattore

Professore di scienze in pensione, antico frequentatore delle istituzioni musicali romane, orecchiante evoluto, organizzatore di concerti nelle scuole...

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