Olandese volante tra raffinatezza e tradizione

Recensione:
Olandese volante
Olandese volante © Michele Monasta

A distanza di quasi 50 anni dall’ultima rappresentazione in forma scenica, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha inaugurato il 2019 con un nuovo allestimento di Der fliegende Holländer (Olandese volante), che ha coinciso con il debutto italiano del direttore musicale Fabio Luisi in un titolo di Richard Wagner.

Interpretazione analitica e raffinata

Il maestro genovese ha optato per una lettura analitica della partitura, staccando tempi dilatati, che nel primo atto hanno dato l’impressione di penalizzare la concisione del racconto. In realtà questa scelta ha favorito lo scavo psicologico ed introspettivo dei protagonisti, affermandosi nei due atti successivi: nella ballata di Senta risaltava infatti la componente malinconica ed onirica, mentre il duetto con l’Olandese è stato caratterizzato da sonorità morbide e grande ricchezza di sfumature. Questo lavoro di cesello sulla partitura è andato a vantaggio anche dei momenti più convenzionali dell’opera, quali il coro iniziale del secondo atto, l’aria di Daland o la cavatina di Erik, impreziositi da questa interpretazione.


Complici di questo risultato: un’orchestra del Maggio in ottima forma, ed un coro perfettamente preparato da Lorenzo Fratini e rinforzato dal coro Ars Lyrica di Pisa. Unico neo la scelta di non rappresentare l’opera senza soluzione di continuità, come l’autore avrebbe prescritto. Sia l’intervallo al termine del primo atto che la breve pausa tra il secondo ed il terzo hanno in parte spezzato quella tensione drammatica che scaturisce da un ascolto senza interruzioni.


Una regia tradizionale


La ricerca di Luisi di nuove sfumature a livello musicale non ha però trovato adeguato corrispettivo sulla scena. La regia di Paul Curran si è snodata seguendo un impianto sostanzialmente tradizionale. Lo spostamento della vicenda alla prima metà del XX secolo non ha portato particolari elementi di novità.

Le scene di Saverio Santoliquido ricalcavano sostanzialmente ambienti già visti: il porto, l’interno di una sartoria, e la riva del mare, ed anche l’uso delle proiezioni, fatto salvo per la spiazzante apparizione dei marinai dell’Olandese nel terzo atto, raramente è andato oltre una funzione meramente illustrativa. Anche il lavoro sugli interpreti si è rivelato nel complesso abbastanza didascalico e poco incisivo nel definire rapporti ed interazioni. Lo spettacolo nel complesso si è dipanato con efficacia e professionalità, sono tuttavia venute meno quelle idee che lo caratterizzassero in modo singolare.


Un cast equilibrato per un buon successo di pubblico

All’interno del cast spiccava Marjorie Owens, Senta dalla voce piena e morbida nei centri e svettante nell’acuto. Il suo canto ha assecondato perfettamente la lettura di Luisi e le ha permesso di delineare una donna dai tratti lirici ed appassionati.

Thomas Gazheli è stato un Olandese dalla voce robusta nei centri ma non sempre impeccabile nell’acuto. Il fraseggio era curato e, nonostante qualche forzatura, il personaggio è emerso in modo convincente. Mikhail Petrenko ha sfoggiato un timbro corposo ed una buona linea di canto ma il suo Daland non è risultato particolarmente incisivo, mentre Bernhard Berchtold, nonostante il timbro chiaro, è stato un Erik assolutamente credibile. Discreti il timoniere di Timothy Olivier e la Mary di Annette Jahns.

Al termine applausi calorosi per tutti, con punte di entusiasmo per Fabio Luisi e Marjorie Owens da parte di un teatro esaurito in ogni ordine di posti.

 

Visto il 13/01/2019

Davide Cornacchione

  Redattore

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