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NORMA

“Norma” secondo Nicola Berloffa. La sua personale rilettura del capolavoro belliniano

Recensione:
Norma © Roberto Ricci

Dopo una tournée in vari teatri europei, e dopo essere stata presentata nell'ottobre scorso a Piacenza, la Norma nella rilettura scenica di Nicola Berloffa ha raggiunto le tavole del Teatro Regio di Parma.

Quattro recite, quattro pienoni, anche perché il capolavoro belliniano mancava qui da vent'anni. Poco, in fondo, al confronto dei quattro e passa decenni attuali di assenza di questo titolo dalla Scala milanese. 

Stefano Pop, Angela Meade e Carmela Remigio

Niente fronde di querce sacre 

Il regista piemontese traspone la vicenda, con l'ausilio della iperclassica scenografia di Andrea Belli e dei bellissimi costumi di Valeria Donata Bettella, dalle fosche foreste galliche al vasto cortile d'un nobile palazzo. Siamo in clima di guerra, siamo in pieno '800. Epoca di oppressioni straniere e di insurrezioni popolari, di rivendicazioni d'indipendenza e di grandi manovre politiche: dunque quanto a coerenza drammaturgica, in fondo, ci siamo. 

Sul fatto poi l'idea in sé non sia affatto nuova – il primo precedente che viene in mente è l'Aroldo di Pier Luigi Pizzi – potremmo passar sopra; ma colpisce in negativo una regia nell'insieme a tratti statica, e poco coinvolgente, che non sempre cura a dovere le interazioni tra i personaggi. E non crediamo sia colpa solo delle misure anti-Covid invocate nelle note di sala, oggi in gran parte superate. 

Michele Pertusi


Il grave è che a parte qualche idea buttata là – vedi il giovane caduto preparato da pie dame per la sepoltura – molto altro non si vede, ed i personaggi si muovono sovente nell'inerzia generale. Finendo anzi un po' nel ridicolo, allorché un manipolo di soldati sciancati – dovrebbe essere il coro dei feroci Galli - agita le sue stampelle invocando a gran voce “Guerra, guerra!”. 

Un buon direttore, una protagonista adeguata 

Buon per noi che dal lato musicale le recite parmensi abbiano offerto grandi, indiscutibili soddisfazioni. Abbiamo apprezzato la scattante concertazione di Sesto Quatrini, incanalata sulla scelta di tempi d'andatura toscaniniana, volti ad imprimere impellente teatralità. 

Parca ma significativa la sua gestualità – cosa rara – prestando nondimeno costante ed occhiuta attenzione alla buca, dove è ospite l'Orchestra Filarmonica Italiana; e massima sollecitudine verso il palcoscenico, indicando costantemente gli attacchi. Sostegno quanto mai provvidenziale, ma che non sempre vediamo nascere dal podio. Notiamo infine come il maestro romano riapra certi tagli di tradizione, ed è un bene; ma ci nega i da capo delle cabalette, ed è meno bene. 

Stefano Pop, Angela Meade e Carmela Remigio


La tessitura prevalentemente centrale di Norma ben s'addice ad Angela Meade, offrendo così una prova senz'altro lodevole, tanto che la sala non le lesina calorosi consensi. Il prodigo organo vocale è ben sostenuto da una linea di canto sapiente e dosata, luminosa, energica e morbida nel contempo, soave e tenera nei filati. A voler essere pignolini, però con qualche piccolo limite: talvolta eccede in pose da gran diva d'antan, qualche suono grave risuona poitriné, qualche acuto manca un po' di nitore. 

A conti fatti, comunque, il soprano statunitense porge nell'insieme una Norma molto prossima all'ideale. Diciamo a metà strada fra la lacerata intensità della Callas e la siderea vocalità della Sutherland. 

Carmela Remigio e Stefano Pop

Un cast con i fiocchi, in tutti i suoi componenti 

Comunque, nell'insieme tutto il cast parmense offre quanto di meglio oggi si possa desiderare. Carmela Remigio è un'Adalgisa dolce e vellutata, dotata di un fraseggio esemplare, psicologicamente scavata a fondo e di grande comunicatività. Forse un tantino nevrotica, questo sì, ma ci può stare. E poi apprezziamo si sia scelto un soprano, come il ruolo originariamente richiedeva. Non sfugge però, all'orecchio attento, che nei tête-à-tête con la rivale si avverta qualche comune discrasia, dovuta forse a rodaggio non sufficiente. 


Stefan Pop è un prestigioso Pollione, sia sul versante interpretativo – centrato appieno il carattere del volubile condottiero - sia su quello strettamente vocale: per volume di suono, bellezza timbrica, accento aristocratico, buon gioco di chiaroscuri, fierezza nel declamato il suo romano vince e stravince. 

Carismatico e imponente, musicalissimo, nobilmente sfumato – il fraseggio è, come al solito, assolutamente esemplare - e ricco di interiorità l'Oroveso che ci porge Michele Pertusi. A lui la divisa da orgoglioso generale poi calza benissimo, meglio che la solita tunica da druido. Irreprensibili il Flavio di John Matthew Myers e la Clotilde di Mariangela Marini. Ed ineccepibile l'impegno profuso dal Coro del Regio, guidato da Martino Faggiani
Abbiamo assistito alla quarta recita, segnata come le altre da un gratificante successo di pubblico.

 

Visto il 27/03/2022
al teatro Regio di Parma (PR)

Norma
Lirica
Informazioni principali
Regia
Nicola Berloffa
Protagonista
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Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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