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NOME DI BATTAGLIA LIA

Lia, morta per la libertà

Recensione:
Nome di battaglia Lia © Luana Monte

In coincidenza con l’anniversario della liberazione dal nazifascismo, il Teatro della Cooperativa ripropone lo storico testo teatrale di Renato Sarti (al tempo stesso regista) su un episodio solo apparentemente periferico della lotta partigiana. Si tratta, in realtà, di una vicenda di alto valore simbolico, importante per non dimenticare quanto le fondamenta della democrazia in cui viviamo affondino le radici nel sacrificio e nella lotta di chi ha combattuto e sconfitto la dittatura.

La Resistenza delle donne

La liberazione, nel quartiere milanese di Niguarda, avviene il 24 aprile 1945, un giorno prima di quello celebrato dalla storia “ufficiale”. Sono momenti concitati e terribili, nei quali si mescolano i destini di migliaia di uomini e donne con quelli di un intero Paese, segnato dai lunghi anni dl totalitarismo e da una guerra che ne ha prosciugato le forze. Gina Galeotti Bianchi, partigiana conosciuta con il nome di battaglia Lia (già incarcerata e torturata dai fascisti), ha il compito di recapitare degli ordini importanti.

È incinta, ma corre con coraggio sulla sua bicicletta insieme a una compagna, nei pressi dell’ospedale da pochi anni costruito. Ma i nazisti non fanno passare nulla, e nemmeno il loro mitra. Il racconto della vicenda si sviluppa attraverso i ricordi delle compagne di Lia, che ricostruiscono un potente mosaico di un mondo popolare e pulsante, ricco di un’umanità solidale, soprattutto fra le donne, che costituiscono il cuore più vero e sofferente di questo angolo di città. Sono le donne, infatti, ad aiutare i partigiani e i renitenti, a curare i feriti, a nascondere le armi mettendo in pericolo la propria vita e quella dei familiari.


Scena sobria, animi sanguigni

Seppur la scenografia sia scarna (tre tavoli, alcune sedie, due biciclette), risulta sufficiente a far rivivere il mondo di un quartiere in cui la lotta al fascismo assume i toni partecipi del Gruppo di difesa delle donne, fondato a Milano nel novembre del 1943. Sulla scena rivivono figure nelle quali all’orgoglio e alla dignità della lotta politica si unisce una vivacità popolare e sanguigna, che assume spesso toni accorati e dolenti, che vanno a colpire lo spettatore nel profondo.

Misura e sentimento

Un testo che fa bene, da riproporre con regolarità, senza la paura di stancare. Il teatro racconta, il teatro attualizza, il teatro fa riflettere. In scena sono le brave Rossana Mola e Marta Marangoni - accompagnate con discrezione da Renato Sarti – ad alternarsi nel racconto di questa vicenda: lo fanno senza cadere nella retorica, con misura, toccando le corde della commozione e, a volte, quella del divertimento, anche attraverso l’uso del dialetto milanese.

Plauso per la scena clou, la fine di Lia, resa con particolare efficacia con mani che si intrecciano ai pedali delle due biciclette rovesciate, simulando con maestria l’affanno di una corsa che si chiude nella tragedia. Finale emozionante che immortala il sacrificio di una giovane donna in nome di una libertà ormai in arrivo. Per tanti, ma non per tutti.

 

Visto il 23/04/2018
al teatro della Cooperativa di Milano (MI)

Nome di battaglia Lia
Prosa
Informazioni principali
Regista
Renato Sarti
Protagonista
Marta Marangoni, Rossana Mola, Renato Sarti

Meo Rabacci

  Redattore

Un nome da gatto, ma sono un umano. Mi chiamarono così i miei genitori, in onore di un ristorante romano dove si conobbero un po' di tempo fa. Laure...

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