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Fetor di zolfo e fragranza di giglio

Recensione:
Fetor di zolfo e fragranza di giglio

«Voi siete il Pubblico. Il Pubblico che cerco, che aspetto; scevro da pregiudizi, intelligente, spassionato, avido d'emozioni, il vero Pubblico infine, l'eletto popolo dell'Arte»: con queste parole si esprime l'anonimo estensore – dietro il quale è facile intuire la penna di Arrigo Boito stesso - del “Prologo in teatro” inserito nel primissimo libretto a stampa di Mefistofele. Una 'lisciatina' un tantino opportunistica, se vogliamo, cui segue la richiesta d'una conveniente attenzione dello spettatore, di norma un po' viziato e spesso disattento, verso un lavoro che l'autore sapeva essere doppiamente 'difficile', nella nella anomala struttura così come nelle inconsuete dimensioni. 

Ed è ancor aggi un'opera assai problematica da porre in scena, il Mefistofele, come ben si sa. Tanto che restano pochi i teatri ad aver l'ardire di farlo, né par facile scovare un regista che si presti impavidamente a governare un'operazione indubbiamente complessa, sin dal via di quell'imponente Prologo sinfonico-corale, nel quale bisogna dare voce all'Onnipotente ed al Demonio nonché alle immense Falangi Celesti. Una cosa, quest'ultima, che tra l'altro richiede di trovar spazio per un paio di centinaia di coristi. La caduta nel kitsch sta lì ad un passo, e non è sempre facile evitarla; è un rischio però stavolta magistralmente scansato da Enrico Stinchelli, che non nasce regista ma lo è divenuto da molto tempo, con esiti peraltro sinora sempre plaudibili. Dotato di fervida immaginazione e di buon senso del teatro, ha suggerito allo scenografo Biagio Fersini una serie di azzeccate soluzioni sceniche, la prima delle quali consegnava al pubblico pisano un Prologo travolgente, felicemente pervaso da un'atmosfera tra il magico e l'onirico; e lo fa sfruttando mezzi tutto sommato semplici, almeno all'apparenza. Sempre puntando all'essenzialità, ha poi scovato ottimali soluzioni registiche anche nelle scene seguenti, tra le quali spiccavano il laboratorio di Faust, oppresso da opprimenti librerie che formano grandi e scomode poltrone, il rustico giardino dove s'intrecciano le tresche d'amore, la selvaggia e cupa valle del Brocken, l'incantato Eden elladico abitato da dee e ninfe. Ma, in verità, bisogna dire che un po' tutti i momenti di quest'opera sono stati resi con buona efficacia scenica e con sapienti tocchi di recitazione dal conduttore della mitica Barcaccia radiofonica, anche grazie alle video proiezioni dello Studio Mad About Video, ed alle luci di Michele Della Mea

Dall'altro lato, anche la stessa gestione musicale di uno spettacolo di stile decisamente "pompier" necessità di due cose fondamentali: polso fermo nel tenere incollati insieme orchestra, solisti e maestranze varie; e saper costruire da subito una concertazione solida ed equilibrata, senza sacrificare mai né gli scatti dinamici, né l'impennate d'umore, né l'estrema varietà di colori della creatura boitiana. Operazione gravosa e complessa, sicuramente da far tremar i polsi; ma nondimeno riuscita in buona parte al giovane direttore Francesco Pasqualetti, che senza palesare nessuna timidezza ha tessuto insieme, con buona maestria, sia la complessa trama strumentale sia l'ordito delle voci - solistiche e corali – conseguendo alla fine una tensione sonora avvincente ed un ritmo narrativo fluente. E lo fa senza aver paura di cadere in quell'enfasi che – in onesta misura - è pur sempre necessaria per dispiegare pienamente una partitura intrisa – come il coevo Vittoriano romano – di  magniloquenza e di eccessi, sia verbali che sonori. Ed un solido puntello, in questo suo procedere, gliel'ha offerto l'irreprensibile Orchestra della Toscana.

Protagonista della serata era Giacomo Prestia, che nel debuttare l'impervio ruolo di Mefistofele non pare conseguire almeno per ora l'ampiezza e la solennità vocale – specie nel registro più basso non abbastanza consistente, mentre già meglio va nell'impennata all'acuto - che ne costituiscono i requisiti di base; e nel contempo, non gli riesce d'esprimere appieno l'ironico distacco, la beffarda ironia e l'insinuante, diabolica amabilità che caratterizzano tal ruolo. L'interpretazione, in sé, potrebbe anche convincere: ma non interamente messe a fuoco dal basso fiorentino appaiono quindi, per esempio, la tracotanza di «Sovra il Re dei Cieli», l'irruenza della “Ballata del fischio”, il bronzeo e cupo arioso di «Su cammina... cammina....Largo, largo a Mefistofele».
Altro debutto, qui nel ruolo di Faust, è quello di Antonello Palombi, che  possiede un timbro tenorile accattivante e luminoso, ma che stavolta vocifera un po' troppo non tenendo a freno lo strumento; e poi non emerge nessun scavo psicologico – forse non ne ha avuto neppure il tempo – finendo col gigioneggiare sia nella vacillante poesia di «Dai campi, dai prati» che nell'affrettato svolgimento di «Giunto sul passo estremo». Si butta insomma giù alla meno peggio il multiforme personaggio di Faust, che evidentemente meriterebbe ben altra attenzione. Il giovane soprano Valeria Sepe non palesa particolare acume interpretativo nella sua Margherita, affrontata qui per la prima volta – allestimento dei debutti, questo -  benché non le difetti il pertinente spessore vocale; quello che vien da dire è che pare sorvoli dall'alto l'intensità tragica di «L'altra notte in fondo al mare» e  lo slancio di «Spunta l'aurora pallida», la cui drammaticità rimane in buona parte irrisolta. Quanto all'estatico duetto di «Lontano, lontano», sembrava compitato dai due protagonisti senza la dovuta intensità né quel tocco di morboso incanto che vi arieggia.

Bello il timbro vocale e seducente la dolcezza melliflua dell'Elena di Elisabetta Farris; apprezzabili sia Sandra Buongrazio (Marta), che Moon Jin Kim (Pantalis) e Sergio Dos Santos (Wagner/Nerèo).

Un plauso particolare e meritatissimo lo dobbiamo indirizzare ai quattro cori – il Coro Lirico Toscano, il Coro dell'Università di Pisa, il Laboratorio Lirico San Nicola, i Pueri Cantores di S. Nicola e di S. Lucia – fusi in un insieme preciso e duttile coordinato da Marco Bargagna.

Successo calorosissimo,con applausi verso tutti i numerosi protagonisti della serata - regia compresa - in un teatro strapieno in ogni ordine.

(foto Massimo D'Amato)

 

Visto il 18/03/2016

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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