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M. M. (ME MEDESIMO)

M. M. (me medesimo)... ed anche di più!

Recensione:

L’Aquila e Alessandro Benvenuti: nel capoluogo abruzzese l'artista toscano c’è stato solo 2 volte e ha sempre fatto colpo!
Prima ha scritto una canzone divenuta quasi l’inno alla forza della vita ed alla rinascita della città (Decidilo tu, perchè, come mi ha spiegato,  <<tanta bellezza ridotta in questo modo non può lasciarti indifferente>> e trova spaventoso mettersi, adesso, nella testa degli aquilani: <<ti manca la geografia della vita>>, dice); poi, ieri sera, ha aperto con enorme successo la stagione teatrale “Volo libero” 2010-2011 di Teatro Zeta (Teatro Zeta ha anche altri due cartelloni teatrali: “Let” e “Papaveri e papere”).
Alessandro Benvenuti è un uomo grande: lo è nei due significati di essere umano fisicamente imponente e artista poliedrico dalla grande cultura ed intelligenza.
Lo spettacolo M. M. (me medesimo) lo dimostra.
È apparso da solo in scena, salendo sul palcoscenico in maniera umilmente divertita, prima ancora di essere reclamato, come solo i grandi attori sanno fare.
Si è presentato all'attenzione del pubblico in un modo davvero esilarante, definendosi <<un cerotto d'uomo>> e lasciando tutti nel dubbio se lo sketch fosse parte dello spettacolo oppure la grandezza meravigliosa di un uomo che dona se stesso al palcoscenico senza remore (cosa, quest'ultima, senz’altro più vera anche se meno romantica).
La sua è la grandezza dovuta alla notevole esperienza di un artista che rappresenta una pietra miliare dello spettacolo italiano. La sua comicità è quella che dà fondo pienamente alla vita, partendo dalle esperienze di tutti i giorni, dell’uomo medio, comune, che vive e subisce la vita, tra incertezze e tenacia, senza giudicare se ha vinto o perso.
Lui, Benvenuti, ha una grande esperienza alle spalle: quella di un artista che meglio di noi stessi (noi pubblico) conosce l’animo umano. D'altronde è stato egli stesso, durante l’intervista post-spettacolo a ricordarmi che l’attore (vive e) lavora (di e) con la memoria.
Lui di memoria ne ha tanta: sia riferita ai diversi personaggi che ha interpretato a teatro o sullo schermo; sia riferita alla grande varietà di situazioni che ha preso in considerazione in M. M. (me medesimo).
M. M. (me medesimo)
è un monologo. Ma credo che sia fortemente riduttivo definirlo così. Infatti oltre ad essere la storia di un personaggio, è anche il racconto di tutta una generazione, quella di Benvenuti stesso. È, infatti, anche la storia di coloro (tra il pubblico, chi più chi meno) che ci sono passati (e continuano a viverlo, direttamente o di riflesso) e che perciò, a monosillabi tipici della risata interrompi-attore partecipano a quegli eventi. Quindi è quasi un dialogo.
Il pezzo racconta la vita di un uomo, a partire, prima ancora che dalla nascita, dal concepimento, fino ad arrivare ad oggi, che è adulto e padre di famiglia.
Benvenuti ricrea le immagini delle situazioni che esprime, con la sola forza della parola (terribile - e fantastica - arma in bocca ai bravi attori!)
Cencio, nome che (al di là della tradizione toscana) potrebbe esprimere tutta l’angoscia di un uomo, passa in rassegna l’inesperienza sessuale dei genitori, le prime delusioni amorose, gli amici e i disagi di un’epoca, il gruppo musicale, il professor Salieri (che discuteva di tutto senza arrivare a una vera conclusione o risposta, ma attraendo – per dirla con un eufemismo - i beneamati giovani), passando per Apocalypse Now di Francis Ford Coppola e giungendo alla suocera, il figlio Rocco da non deludere, il lavoro che non c’è e la fatica di vivere mantenendo la dignità davanti agli occhi altrui, pensando continuamente a quelle Cascate delle Marmore che non si trova mai il tempo per andarle <<a raccogliere>>.
Senza dimenticare la Chiesa, i bigotti, il sesso, la droga, la pedofilia, i siti internet omosessuali, l’alcol ed i motivi per cui si beve (<<siccome non so nuotare attracco in riva al mare e affogo nel bicchiere>>), sempre al limite del catartico e del permesso.
I temi sono stati i più disparati e, tra le risate convulse del folto pubblico e le riflessioni che ci ha proposto, le argomentazioni hanno avuto (come al solito della comicità benvenutiana) un fondo di realtà vera e cruda.
Le situazioni raccontate (anche se comicamente esagerate) sono state quelle della vita reale, come l’immigrazione. Prima non c’era, ora c’è (perché gli immigrati pensano di trovare l’oro qui da noi ed invece trovano solo cose semplici come le mele). Gli italiani pensano che gli immigrati siano inferiori per cultura, mentre invece, si potrebbe riflettere sul fatto che, per esempio, gli indiani, sottovalutati, hanno prodotto quanto di più apprezzato ci possa essere al mondo: il kamasutra e la Silicon Valley di Bangalore. Questo, per Benvenuti, paradossalmente ha generato inferiorità nell’uomo comune italiano (nato nel Paese avanzato) che, oltre a non volere, potere e necessitare di imparare l’indiano o il cinese per vivere, è inferiore a livello di fantasie sessuali (nella vita di tutti i giorni, infatti, utilizza un linguaggio sessuale figurato per indicare una cosa di poco conto) e non è così intellettualmente sviluppato in campo scientifico come loro. Anzi al contrario, l’uomo italiano vive mediocremente, confrontandosi ogni giorno con la propria intelligenza spicciola, che invece di suggerirgli concetti e cose che durano nei millenni, gli permette di inventarsi cose e lavori di basso livello e complicati (come quello del ladro che, pur soffrendo di colite, si traveste da Babbo Natale per arrampicarsi sui muri dei palazzi).
La mediocrità di Cencio (il nostro M. M.) è consapevole e sofferta, tanto che nutre la speranza che i figli siano migliori e tenta di spiegare loro <<le cose che lui stesso non ha capito>>, con lo scopo di farli andare <<mezzo metro più avanti>>, mentre loro gli rispondono in un linguaggio giovanile e scurrile (d'altronde il campo sessuale è <<la boa intorno alla quale ruota la nostra esistenza>>), col risultato della mancanza di comunicazione e con la certezza che <<l'orgoglio di essere padre dura finché non cominciano a parlare>>, dopo bisogna affidarsi alla fortuna.
Si giunge a dei punti fermi, dolorosi, ma che Cencio considera delle vere e proprie perle di saggezza che gli danno sicurezza. La morale della favola è che nella vita né si vince, né si perde e l'unica certezza è che <<si sbaglia di continuo, ma si sbaglia sempre meglio: si vive per sbagliare>>.
Lo spettacolo era stato scritto nel 2005 per il compianto Andrea Cambi (artista della stessa matrice toscana di Benvenuti, Panariello e Pieraccioni) che lo ha rappresentato solamente una volta.
Alessandro Benvenuti lo ha ripreso in mano l’anno scorso.

 

Visto il 09/11/2010
al teatro Zeta di L'Aquila (AQ)

M. M. (me medesimo)
Prosa
Informazioni principali
Regista
Alessandro Benvenuti
Protagonista
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Annalisa Ciuffetelli

  EX-REDATTORE di DELL'AQUILA

Ha conseguito due lauree magistrali: "Lingue e letterature straniere - indirizzo:&nbsp;storico-culturale" (2004) e "Storia dell'arte e del teatro" (L....

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