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Uno spazio fuori dal comune per la “Luisa Miller” di Parma

Recensione:
Luisa Miller
luisa Miller © Roberto Ricci

Chissà come è nata, al Festival Verdi 2019, l'idea di portare in scena Luisa Miller nella vasta Chiesa di San Francesco del Prato. Un edificio secolarizzato da Napoleone agli inizi del 1800, spogliato d'ogni arredo e destinato sino a qualche decennio fa, con ovvie devastazioni degli interni, nientemeno che a carcere cittadino.

Dopo un lungo abbandono, se n'è deciso il restauro; tuttavia i lavori di ripristino, a giudicare dai muri scarnificati e dalla immane ragnatela di ponteggi che occupano ogni angolo, sono ancor ben lungi dal dirsi conclusi.

Uno spazio adattato a forza

Nondimeno, per le quattro recite di quest'opera verdiana è stata installata, tra le incombenti strutture metalliche di lavoro, una lunga platea interna, una piccola galleria superiore, un abbozzo di palcoscenico; mentre i necessari servizi – camerini, bagni e magazzini – sono collocati in tendoni all'esterno. Non che ne sia valsa la pena: in un ambiente così inadeguato, l'acustica è poco meno che disastrosa, specie nei posti dietro dove i suoni giungono sfocati ed evanescenti; la visibilità assai poco gratificante anche se, quanto a vista... c'era ben poco da vedere.

Uno spettacolo così così...

Lo spoglio, morchioso, cervellotico spettacolo elaborato da Lev Dodin – con scene e costumi di Aleksandr Borovskij – é racchiuso dall'abside, in poco spazio. Il coro sta arrampicato sui ponteggi che la delimitano, con minime possibilità di manovra; poverissimo, ai limiti dell'inerzia, il movimento dei personaggi. Per dire, Luisa e Rodolfo restano abbracciati, immobili, per un bel pezzo del primo atto; tutti, a turno, sono condannati a stare seduti in primo piano, davanti un tavolo/pedana che s'allunga man mano, per ospitare alla fine il banchetto nuziale. Con poco diletto degli invitati, in realtà, tutti stroncati dalle brocche di vino avvelenate da Rodolfo. Per nostra fortuna, a queste manchevolezze c'era il rimedio della musica. Quella, almeno, funzionava.

Si salva almeno la musica

Gradevolmente equilibrata - mai troppo rigorosa, mai troppo enfatica - è la direzione di Roberto Abbado, alla guida delle compagini musicali del Comunale di Bologna. Vi risalta un grato scorrere narrativo, un'adeguata scelta delle tinte, una buona cura dello strumentale – la Sinfonia, un ricamo di suoni – e, per finire, la costante e precisa la relazione con il palcoscenico.

Francesca Dotto la troviamo al suo debutto come Luisa: parte perigliosa, ma risolta con lusinghieri risultati. Alla luminosità di timbro, si sommano febbrile passionalità, scorrevolezza d'accenti, eleganza nel fraseggio; e, sopra tutto, giusta fedeltà al testo verdiano. Amadi Lagha non è un Rodolfo memorabile – voce un po' legnosa, povertà di colori e d'inflessioni, poco carattere - ma procede con discreta intelligenza e si guadagna il suo momento di gloria con un “Quando le sere” ben strutturato. Franco Vassallo è un Miller vocalmente massiccio e calibrato, fiero soldato e tenero genitore al tempo stesso. Martina Belli risulta una Federica abbastanza incisiva nel duetto con l'antico compagno di giochi. Riccardo Zanellato disegna con savia condotta vocale il suo Conte Walter; Gabriele Sagona sa comporre un Wurm squadrato e odioso senza strafare; Veta Pilipenko è Laura, Federico Veltri il contadino.

 

Visto il 05/10/2019

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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