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Giovani forze all'opera, per “L'elisir d'amore” a Vicenza

Recensione:
L'elisir d'amore
L'elisir d'amore © Beatrice Milocco

E' tutta una produzione “in erba”, L'elisir d'amore di Donizetti che il Festival Vicenza in Lirica 2019 porta in scena al Teatro Olimpico. Due affollate recite di metà settembre da replicare in ottobre, al Comunale di Thiene, poiché questa nuova produzione vede il coinvolgimento d'importanti realtà di quest'altra città. In primis l'Orchestra Crescere in Musica creata nell'ambito del Liceo Corradini, e poi l'Istituto Musicale Veneto che ha schierato il suo Laboratorio Corale. Due compagini che meritano apprezzamento per passione e disciplina. Senza contare infine i numerosi laboratori artigiani locali che hanno contribuito all'allestimento.


Voci giovani e promettenti

Forze esordienti anche sul palco del celebre teatro palladiano, alcune uscite dal primo Concorso “Tullio Serafin” tenutosi a giugno, altre provenienti dall'Accademia della Scala. Cominciamo dalle prime. Il tenore umbro Paolo Antonio Nevi, finalista, è l'ingenuo Nemorino: attira subito l'attenzione per istintiva naturalezza scenica, freschezza della voce e per il timbro chiaro, squillante, gradevolissimo. Servirà approfondimento stilistico e maggiore calibratura, ma già promette assai bene. Guarda caso, da poco è stato accolto a sua volta dall'Accademia scaligera. Quanto al vincitore del concorso, il turco Emre Akkus, arriverà per le recite autunnali. Il baritono liparese Giovanni Tiralongo si presenta con un Belcore attorialmente ben inquadrato e vocalmente esplosivo. Siciliano pure il soprano Silvia Caliò, che tratteggia con gusto ed esuberanza la sua Giannetta.

Dalle aule milanesi e con qualche esperienza teatrale già alle spalle, arrivano gli altri ruoli di questo Elisir. Al soprano georgiano Tsisana Giorgadze tocca la capricciosa Adina: scioltezza e brio non le mancano, però il timbro è un po' brumoso, la linea di canto discontinua, la pronuncia perfettibile. C'è molto ancora da mettere a fuoco, insomma. Personalità artistica più interessante pare quella del milanese Giovanni Romeo, che si può dire abbia davanti a sé una carriera già tracciata; stile e carattere gli vengono dal grande Enzo Dara, suo primo maestro. Perfetta padronanza del palcoscenico, senso del ritmo, fiato che s'impone subito per piacevolezza di colori, fraseggio sciolto ed elegante, sillabato fluidissimo sono cose che, messe insieme, danno vita ad un Dulcamara sardonico, travolgente, d'irresistibile simpatia.


Musica, ancora giovani

Concerta e dirige Sergio Gasparella, con una chiara e scattante visione della partitura donizettiana. L'orchestra, come detto, è composta anche da giovanissimi; se la cava piuttosto bene, salvo qualche piccolo sbandamento. Gasparella è il suo direttore stabile, la conosce bene, la tiene unita, la raccorda agli interpreti scansando incidenti di percorso. Ed alla fine la vuole tutta sul palcoscenico, ad accogliere l'applauso generale.

Poco o nulla si può fare su un luogo così intoccabile: in assenza di scenografie pertinenti, comunque Piergiorgio Piccoli imposta una mise en espace rispettosa della trama, fluida e vivace nell'andamento, e per questo assai gradita al pubblico. Al massimo gli si può rimproverare qualche ingenuità, come l'ondeggiare del coro al suon di musica, l'ingresso di Belcore in un strano bugigattolo di legno, i moderni piumini da spolvero dei popolani. I costumi rimandano infatti ad un agreste climax medioevale, e non credo che a quei tempi si usassero. Pure le terrificanti parrucche di Adina, Giannetta e Dulcamara stonano decisamente in tale contesto. Ottime le luci di Matteo Bianchi.

 

Visto il 14/09/2019

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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