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Mozart e l'elefante

Recensione:
Le nozze di Figaro
Le nozze di Figaro

Nelle recenti e continue polemiche politiche nostrane è apparsa una figura retorica raramente usata, la “mucca in corridoio”, per sottolineare un problema di grande impatto che tutti fingono di non vedere. E’un po’ analoga alla metafora su cui Graham Vick ha impostato la sua lettura de Le nozze di Figaro, “the elephant in the room”: in questo caso è la voglia di dominio e prevaricazione, per mezzo soprattutto del sesso e dell’inganno, che guida le azioni degli uomini.

I protagonisti, in abiti e ambientazione moderni, guidati dalla splendida musica, sono costantemente impegnati a mentire e a tradire per soddisfare le proprie voglie o più semplicemente per difendersi dalle prevaricazioni altrui.


Intrighi e tradimenti

Figaro e Susanna stanno per convolare a nozze, ma il Conte di Almaviva, che formalmente ha abolito lo jus primae noctis, vorrebbe comunque sedurre Susanna mentre la Contessa, infelice per l’infedeltà del marito, è disponibile ad accettare la corte di Cherubino che ha tempo anche per spassarsela con Barbarina, la figlia del giardiniere Antonio.

Il maestro di musica Don Basilio partecipa agli intrighi ed è complice degli inganni. La matura Marcellina è invaghita di Figaro e rivendica la sua quota di felicità, ma poi successivamente con un coup de theatre scoprirà di essere la mamma di Figaro mentre Don Bartolo ne è il padre. Nel turbinio di travestimenti, di inganni, di gelosie e di colpi di scena alla fine tutti sono disposti al perdono e le nozze possono finalmente celebrarsi.


Una musica che racconta

La splendida ouverture è stata un po’ incongruamente coreografata, con un gruppo di cameriere impegnate a pulire il grande pavimento del palazzo. Il primo atto è praticamente senza scena, solo un lunghissimo e brutto paravento fa da sfondo ai cantanti che mostrano fin da subito la perfetta aderenza ai personaggi, ben guidati dalla regia e dalla musica.

Nel secondo atto appare sullo sfondo il gigantesco elefante della metafora che sarà presente, ancora più grande, nel terzo e quarto atto. Proprio nel quarto atto, che dovrebbe svolgersi nel buio di un boschetto, la regia di Graham Vick diventa meno leggibile, alcune trovate sceniche sembrano gratuite e poco funzionali al racconto, come le due donne appese sulla parete e i due inerti nudi femminili.


La direzione di Stefano Montanari è leggera e accattivante, la musica asseconda la recitazione, una vera e propria ulteriore regia insieme a quella più propriamente teatrale. Ciascun personaggio è annunciato da uno strumento e l’invenzione narrativa di Mozart è enfatizzata dalla trasparenza della lettura. Il passaggio dai recitativi alle melodie è fluido, quasi inavvertibile. Spettacolare l’affollato concertato finale.

Tutto il cast è stato all'altezza delle attese, ma va sottolineata la prestazione di Benedetta Torre, splendida Susanna, vera protagonista, e di Valentina Varriale convincente Contessa di Almaviva. Simone Del Savio è un agile e autorevole Figaro, spiritosi ed efficaci Rafaela Albuquerque nel ruolo di Barbarina e Andrea Giovannini, nei panni esplicitamente gay di uno spumeggiante Don Basilio. Il coro, diretto da Roberto Gabbiani, è come al solito una scontata certezza per il pubblico romano.

 

Visto il 02/11/2018

Umberto Asti

  Redattore

Professore di scienze in pensione, antico frequentatore delle istituzioni musicali romane, orecchiante evoluto, organizzatore di concerti nelle scuole...

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