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LE FOLLIE DEL MONSIGNORE

Il caotico Settecento nelle follie del Monsignore

Recensione:

Non poteva iniziare in maniera più divertente la nuova stagione teatrale del Teatro Stabile d’Abruzzo a L’Aquila ( i cui abbonamenti sono andati subito esauriti).
Infatti un folto e divertito pubblico ha riempito la sala del Ridotto del Teatro Comunale, unica area viva in un centro storico ancora deserto e abbandonato, per assistere alla rappresentazione di uno dei cavalli di battaglia di Peppe Barra, Le follie del Monsignore.
Barra è uno delle colonne portanti del teatro italiano contemporaneo. Cantante e attore, geniale e divertito come solo i figli d’arte possono essere, Barra ha interpretato il personaggio della perpetua, Menega. E’ attraverso di lei e tramite la sua saggia ignoranza di orfana cresciuta in un collegio dove ha imparato ad essere una perfetta, onesta e intelligente donna di casa, che assistiamo alle leggendarie follie del Monsignor Perrelli, interpretato da Patrizio Trampetti.
I personali disagi e le incredibili scoperte del grande uomo di fede e di scienza sono quelle di un’epoca piena di vita e cultura come l’Illuminismo è stato.
Infatti, vedere Le follie del Monsignore significa assistere ad un sunto della classe ricca del Settecento.
I vizi del Monsingore sono quelli di un’intera epoca: mangiare senza sosta tutte le prelibatezze esistenti, sia quelle che una terra come quella partenopea può offrire, sia quelle preziose venute del Nuovo Mondo, come la cioccolata. A ciò va aggiunto il tabacco. Proprio a causa di quest’ultimo il Monsignor Perrelli subisce un disagio, quello di perdere la tabacchiera. Ma a subirne l’angoscia è, più di lui, Menega che deve anche sopportare, senza poter contraddire l’alto prelato, l’ascolto di cosa ha scritto nell’educata e colta lettera che Monsignore indirizza alla Marchesina del Torrone, a casa della quale era stato fino a poco prima.
Ricordiamo, infatti che il Settecento è stato il secolo delle lettere per antonomasia. Ma anche quello in cui è stata messa in discussione la fede religiosa (non per niente lo stesso Monsignor Perrelli si trova in difficoltà quando deve dare una penitenza a Menega che confessa di aver bestemmiato!) a tutto vantaggio delle scoperte scientifiche. Alla stregua di un terribile (ma soprattutto non credibile) scienziato dell’epoca (come dottor Jekyl o l’inventore di Frankesnstein), Monsignor Perrelli illustra alla fida assistente/perpetua le sue sensazionali scoperte (come il fatto che il mare sia salato per colpa delle alici). La divertente scena di unione tra fede e scienza è quando, in punto di morte, l’alto prelato crede di essere incinto e non si preoccupa tanto della stranezza ed illogicità della cosa, quanto dello scandalo che potrà suscitare!
Da tutto ciò si deduce che la vita del Monsignor Filippo Maria Perrelli è stata volutamente romanzata da Peppe Barra insieme a Lamberto Lambertini e Paolo Memoli. La grandezza degli autori sta nell’aver rappresentato lo sfacelo di un’epoca, ricca fino al punto da diventare caotica.
D'altronde il mito storico del personaggio del Monsignore è legato alla leggenda dell’aver lasciato morire di fame i suoi cavalli per poi stupirsene.
Il finale è la punizione del Monsignore ed un ritorno all’inizio (per Menega). Infatti Perrelli torna dall’aldilà per informare la sua cara perpetua che all’Inferno non si mangia, così come lui non aveva fatto mangiare i suoi cavalli, e per premonirle l’arrivo di un suo nipote, Filippetto (già dal nome si capisce che sarà uguale allo zio!). La donna ne approfitta per giocarsi i numeri (dell'apparizione) al lotto.
Menega non rappresenta un’epoca, e neanche un vizio, ma un carattere che senza essere definito per le esagerazioni tipiche della commedia, racconta le gioie dell’unica figura femminile ammessa accanto ad un prelato, cioè la sua perfetta arte culinaria.
Una delle scene più divertite della pièce è stato proprio il finto monologo (in realtà è stato un dialogo col pubblico, uno dei più lunghi “a parte” dello spettacolo, che abbattendo la quarta parete ha coinvolto attivamente gli spettatori) in cui la perpetua ci ha donato la sua fantastica ricetta per fare i Bucchinott, uno dei dolci meridionali più apprezzati, ricco di involontari richiami terminologici al doppio senso sessuale che, detti da una perpetua come Peppe Barra, sono ancora più esilaranti.
Menega è l’aspetto razionale, ma inascoltato, del Monsingore. Ha una pazienza unica rispetto alle distrazioni e pazzie di Perrelli, con scene esilaranti nelle quali il pubblico si è sbellicato dalle risate assistendo all’onesta ed esagerata tenacia dell’anziana donna che tenta di attirare l’attenzione dell’alto prelato il quale dopo averla chiamata si era persino dimenticato di averlo fatto.
Esagerata era anche la bella scenografia. Questa, infatti non era reale bensì dipinta, proprio come si usava una volta. Ma la caratteristica che l’adattava bene allo spettacolo era l’esagerazione della grandezza degli oggetti rappresentati. Gli unici oggetti veri in scena erano un paio di poltrone ed una spinetta (strumento musicale settecentesco).
La serata si è conclusa con un augurio (oltre che di Buon Natale) di serenità che Peppe Barra ha fatto alla città.
 

 

Visto il 04/12/2010
al teatro Comunale - Ridotto di L'Aquila (AQ)

Le follie del Monsignore
Prosa
Informazioni principali
Regia
Peppe Barra
Protagonista
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Annalisa Ciuffetelli

  EX-REDATTORE di DELL'AQUILA

Ha conseguito due lauree magistrali: "Lingue e letterature straniere - indirizzo: storico-culturale" (2004) e "Storia dell'arte e del teatro" (L....

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