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La Luna Di Davide Iodice: noi che teniamo? Che vogliamo? Chi siamo?

Recensione:
La Luna
La Luna

La Luna, lo spettacolo che Davide Iodice ha creato nel corso dell’ultimo anno coi versi di Damiano Rossi, è stato presentato a Palazzo Fondi come coda della dodicesima edizione del NTFI.

Oggetti e storie

Ci sono oggetti che raccontano le nostre storie nonostante noi.
Ci sono oggetti che raccontano delle storie universali. Alcuni di essi, costruiti millenni fa, sono nelle teche dei musei. Chi nel costruire un oggetto avrebbe pensato che quell’oggetto avrebbe scavalcato il tempo? E talora riescono in qualcosa di divino, che sfugge ancora davvero alle nostre possibilità di uomini: conservare la memoria senza ucciderla. Senza, cioè, relegarla a un ruolo mortifero, a una mummificazione del presente, ma renderla testimone costantemente viva di ciò che è stato insieme a ciò che è.

Si pensa a questo e a molto altro, guardando a La luna, trainati dalla forza di una visione limpida, lucida, ma mai per questo arresa alla realtà. La visione di Iodice e dei suoi otto perfomer, con un grande sforzo umano e poetico, ha svelato la ricerca di uno slancio “impossibile”: riavvolgere il tempo, estrarre la vita, parlare coi morti.

Una collettività enorme

Nato nel 2018 con un laboratorio intensivo interno al NTFI, e poi coltivato nei 365 giorni seguenti, La luna viene presentato con il sottotitolo “Un percorso di ricerca e creazione a partire dai rifiuti, gli scarti, il rimosso di una collettività # 1 Napoli 2018 | 2019”. Ed è la collettività la sua protagonista. Una collettività enorme, la collettività di una città intera, chiamata a radunare in una stanza dell’Accademia di Belle Arti di Napoli i suoi rifiuti. Ogni rifiuto possiede una storia. Ognuno ha qualche storia che rifiuta. E così con l’accumularsi dei rifiuti si sono avvicendate storie su storie, tutte accuratamente registrate, e oggetti su oggetti che dentro di sé portano i flussi delle vite spezzate, dei sogni bruciati, delle catarsi o dei momenti che sono durati un attimo.

Sono questi oggetti a prendere vita. Le voci di chi li ha rifiutati li raccontano. Ma sono loro a raccontarsi a noi, semplicemente essendo. Emergono da quattro continenti terrestri, quattro cumuli, quattro montagne plastiche e dominano la scena. Prendono possesso del corpo dei performer, che sono creature lunari, figure di polvere, esseri modificati geneticamente che portano nel loro genoma la somma di tutte le storie. Questi esseri che emergono dalla plastica e vi ritornano, che sembrano fuoriuscire dall’argilla, tornano ad animare un abito da sposa, un mazzo di fiori secchi, l’abito scelto per il funerale di un padre. E le risate di cento bambini invadono la stanza quando a essere rifiutato è un disegno d’infanzia; e i fantasmi di cento bambini la invadono quando il rifiuto è una siringa piena di ormoni che non ha mai portato alla concezione di un figlio vivo.

Il naufragio nella luna

È un naufragio, quello di Iodice, nella luna di Astolfo, dove ”ciò che si perde qui, là si raguna”. Nel luogo dove si radunano le cose perdute e dimenticate dagli uomini. Ciò che dimentichiamo e rimuoviamo dice di noi, e la luna dove questi oggetti giacciono è il nostro luogo del ricordo, e quindi luogo dell’essere. E proprio in quanto esseri, non possiamo esserne indifferenti. Per questo dopo la visione dello spettacolo rimangono solo queste domande, più vive che mai; quelle lasciate dai due personaggi che animano il prologo iniziale in versi: «e vuje chi site?», «e vuje che tenite?», «e vuje che vulite?».
Noi. Noi esseri e comunità, noi collettività, chiamati a rispondere e identificarci. Il motivo per cui forse, un tempo, il teatro ha iniziato a essere.


Recensione di Davide Pascarella

 

Visto il 14/07/2019