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La fille du régiment: esprit francese e musicalità italiana

Recensione:
La fille du régiment: esprit francese e musicalità italiana

Potrebbe reggersi La fille du régiment senza una vera Marie? Corbleu! Certo che no. Né si può pensare a Tonio imbambolato, né ad un Sulpice privo di verve. Bene: in questa nuova edizione triestina – che fa seguito a quella del 2009, riuscitissima, con Eva Mei, Antonino Siragusa, Paolo Rumez – la prima c'è; il secondo c'è, però a metà; il terzo non c'è del tutto.

Interprete per interprete

Andiamo per ordine. Premesso che i cast sono due, nel nostro troviamo Gladys Rossi al debutto nel frizzante ruolo della vivandiera del 21° Règiment. Tira bene le frecce incoccate al suo arco: ha voce chiara ed estesa - da vero soprano leggero - disinvolta attitudine scenica e buona musicalità. Marie è un'adolescente indocile e volitiva, alla scoperta del primo amore, e il soprano romagnolo sa essere ora spigliata e briosa, ora teneramente languida, a seconda del volgere del suo personaggio, donandogli vezzosa corposità. Non incontra grandi ostacoli nelle girandole virtuosistiche di «Chacun le sait», anche se non guasterebbe – ciliegina sulla torta - un pizzichino di pepe in più.
Shalva Mukeria è un Tonio moscio, a mezzo servizio. Gli manca il phisique du rôle, pazienza; anche il grande Gigli non era un Adone. E' però il carattere intrepido e passionale del giovane tyrolien che gli sfugge; e non basta la limpida e beneducata vocalità del tenore georgiano a conferirgli l'indispensabile consistenza. Resta da dire del giovanissimo Andrea Borghini, cui è affidata la sagoma arguta, elegante e bonaria di Sulpice: figura che in scena, concretamente, con lui di fatto non esiste, né attorialmente, né vocalmente. Accanto ad essi svolgono un buon lavoro Rossana Rinaldi (Marquise) Dario Giorgelè (Hortensius), Giuliano Pelizon (un caporale).

Due occasioni sprecate

Prima occasione sprecata, la direzione musicale. Simon Krečič dirige con buon mestiere, ma senza personalità, senza fantasia, senza lievito. Tutto è plumbeo e monocorde, in una povertà di dinamiche monacale: non c'è ricchezza, non c'è brillio, non c'è humour nella sua concertazione. Forse perché il carattere scoppiettante, la sottile ironia, i luccichii rutilanti dell'opéra-comique non fanno parte del suo orizzonte musicale.
Seconda occasione sprecata, la direzione registica. Era prevista la ripresa di quella di Davide Livermore risalente al 2009 (al pari delle luminose scenografie di Pier Paolo Bosleri, ed ai costumi di Gianluca Falaschi) ma al suo posto è stata convocata all'ultimo Sarah Schinasi, che – vuoi per mancanza di tempo, vuoi per mancanza di idee – non è stata in grado di elaborare uno spettacolo degno di tal nome, limitandosi a semaforare entrate ed uscite degli interpreti. Inevitabile risultato, scarsità di brio ed una piattezza soporifera. Cose che nel Donizetti comico costituiscono un peccato imperdonabile.

 

Visto il 18/02/2018

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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