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INFERNO

UN INFERNO FREDDO ED ESORNATI…

Recensione:

UN INFERNO FREDDO ED ESORNATIVO L’inferno in quanto eternità del tormento è stato magistralmente raccontato da James Joyce in Ritratto dell’artista da giovane, in cui il protagonista Stephen Dedalus ascolta impaurito, durante un ritiro spirituale, le parole tremende di un gesuita: L’inferno è una prigione angusta, immersa nelle tenebre e nel fetore, dimora di demoni e di anime perdute, piena di fuoco e di fumo (…) a causa dell’immenso numero dei dannati, i prigionieri sono ammucchiati insieme nello spaventoso carcere, le cui mura si dice abbiano uno spessore di quattromila miglia: e i dannati sono così completamente legati e impotenti che, come un santo Beato, sant’Anselmo, scrive nel suo libro sulle similitudini, non possono nemmeno togliersi dall’occhio un verme che lo rode. Non è stata questa l’impostazione tematica che ha ispirato Emiliano Pellisari nella creazione del suo ultimo spettacolo, Inferno – Divina Commedia in scena al teatro Bellini di Napoli. La messa in scena va invece nella direzione del sogno, della suggestione, del gioco illusionistico, articolando una scena che si distanzia molto dagli spettatori e che è stata filtrata da uno spesso panno che scende dall’arco di proscenio. Sul fondo del palcoscenico agiscono i sei attori/danzatori, che si muovono praticamente solo in verticale, disegnando un’azione scenica attraverso le loro formidabili acrobazie. L’inferno descritto da questi corpi volanti e da una scelta musicale di world music emerge come un piatto quadro simbolista, in cui la soppressione della forza di gravità cancella le fiamme e le torture, per entrare nella dimensione del sogno e della fiaba: Paolo e Francesca possono volteggiare nel cielo, come anche i vizi capitali, gli angeli e demoni e tutti i personaggi infernali raccontati da Dante Alighieri. La difficoltà della messa in scena, tuttavia, non sta nell’interpretazione tematica, nella dimensione leggera e postmoderna della visione infernale, quanto in una scelta stilistica sperimentale che forse vuole indicare una nuova strada per l’avanguardia nell’annullamento della forza di gravità. Quando Brecht faceva scoprire al suo Galileo le leggi sulla gravità per meglio legarlo alla sua dimensione terrestre ed alla tragedia sociale che doveva affrontare, dava una chiara indicazione sul contenuto della sua drammaturgia, ma anche su una dimensione scenica del suo teatro epico che doveva soppiantare quello borghese. Questo discorso critico riguarda la prospettiva estetica in cui si muove lo spettacolo, la quale per arrivare a Brecht deve partire dalle avanguardie storiche novecentesche che hanno lavorato sodo per distruggere il well-made play, caratterizzato dalla chiusura scenica dell’evento spettacolare nelle strettoie anguste dell’arco di proscenio e nelle separazione forzata del luogo della scena (illuminata) da quello del pubblico (sempre al buio). Questo inferno sembra sublimare una stanca prospettiva borghese (nel senso ottocentesco) del teatro, in cui mancanza di gravità non fa che distanziare ulteriormente lo spettatore dalla scena, coccolandolo e addormentandolo. Ne viene fuori alla fine una messa in scena meramente esornativa e fredda, caratterizzata da un simbolismo di retroguardia: c’è luce, ma non c’è calore, mentre ci ricorda Joyce che il fuoco dell’inferno, pur conservando l’intensità del calore, brucia eternamente nelle tenebre. Alla fine del dolce sogno infernale di Pellissari lo spettatore può tranquillamente risvegliarsi e tornare a casa, rassicurato dall’illusione (di questo tipo di teatro) che non avrà mai un verme nell’occhio pronto a divorargli la vista. Teatro Bellini di Napoli – 18.11.2008

 

al teatro Delle Muse di Ancona (AN)

Inferno
Danza
Informazioni principali
Regia
emiliano pellisari
Protagonista
No Gravity Dance Company

Roberto D'Avascio

  AUTORE di NAPOLI

Roberto D'Avascio (Napoli, 1973) è docente a contratto di Letteratura Inglese presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" e di Storia de...

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