Fantasia ed espressione nel “Trionfo dell’onore” di Alessandro Scarlatti

Recensione:
Jacopo Raffaele
Jacopo Raffaele

Nella suggestiva cornice della Masseria Palesi, Il Trionfo dell'onore, la creazione del compositore palermitano Jacopo Raffaele, conquista il pubblico del Festival della Valle d'Itria grazie a una messinscena fresca e movimentatissima.

Un esperimento felice

Il trionfo dell’onore debuttò al Teatro dei Fiorentini di Napoli nel 1718. Con questo titolo, Scarlatti padre tentava eccezionalmente il genere della commedia per musica, declinata tuttavia non nella versione vernacolare corrente, ma in veste tutta toscana. La scrittura del maestro più che maturo (all’epoca aveva cinquantotto anni) vi appare felicemente sospesa tra presente e passato, sempre varia, capace di conferire uno speciale colore a ogni numero. Con gli straordinari mezzi tecnici e stilistici a sua disposizione, Alessandro partecipa alla distillazione dell’idioma comico, in molti casi definendolo per via negativa come deformazione grottesca della norma e della simmetria, ma talvolta anche intravedendo l’autonomia retorica del registro basso. D’altra parte, la composizione prevede anche ruoli prettamente seri, nei quali i consueti ‘affetti’ si traducono in momenti di intensa espressività o di compiaciuto virtuosismo.

Dopo un sonno bisecolare, Il Trionfo dell’onore venne dato per la prima volta in tempi moderni a Siena nel 1940 in una versione vistosamente rimaneggiata. Non sono mancate riprese successive, tra le quali spicca l’allestimento del Teatro Massimo di Palermo del 2001, basato sull’edizione critica della partitura fornita da uno studioso del calibro di Malcolm Boyd e animato dalla bacchetta di Fabio Biondi. Quella di Martina è dunque non una riscoperta, ma una riproposta; tanto più sarebbe risultata apprezzabile qualche notizia, nelle note di sala, circa gli interventi sul testo (tagli, spostamenti di segmenti drammaturgici, pezzi chiusi aggiunti) ai quali pure qua e là si allude.

La compagnia Eco di Fondo, con il trio di registi costituito da Giacomo Ferraù, Libero Stelluti e Giulia Viana, cala la vicenda in una curiosa cornice. Siamo negli anni Sessanta, nella piazza di un imprecisato paese meridionale (le scene, semplici ma perfettamente funzionali, sono di Stefano Zullo, i gioiosi costumi di Sara Marcucci). Un manifesto funebre, riprodotto anche all’ingresso della Masseria Palesi, annuncia la dipartita del protagonista del Trionfo, Riccardo Albenori, un «giovane dissoluto» (così il libretto del 1718) che ricorda Don Giovanni ma che, a differenza di questi, ha avuto tempo di pentirsi e di redimersi. Scopriremo cammin facendo l’identità degli attori chiamati a popolare la scena d’avvio: sono Leonora, innamorata di Riccardo in Scarlatti e ora sua vedova, il figlio nato dal loro matrimonio e il nipotino. Questi due ultimi personaggi, spuntati dall’immaginario prosieguo della vicenda rappresentata, fungono da testimoni muti e discreti lungo l’intero corso della rappresentazione. Sempre presenti, talvolta partecipi, assistono alle peripezie di Riccardo e, al tempo stesso, prendono per mano lo spettatore donandogli il loro sguardo sugli eventi. L’intricato plot, nel quale la vicenda procede più per dilazione che per evoluzione, si dipana con levità in un’atmosfera sospesa tra realismo e lirismo. La scena è sempre mossa grazie alla presenza di attori-mimi e danzatori, e l’attenzione dello spettatore è pungolata da invenzioni intelligenti che strizzano l’occhio al cartoon e alla commedia all’italiana, al circo e all’avanspettacolo, ma toccano pure le corde del sogno e dell’incantesimo.

Nel cantiere delle voci

È di buon livello il cast del Trionfo martinese, per metà composto da allievi dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”. Tra questi spicca Rachael Jane Birthisel nel ruolo en travesti di Riccardo, che appare sicura nell’intonazione e vivace nell’interpretazione. Molto bello è il timbro di Patrizio La Placa, che sfoggia anche una trascinante verve comica nei panni del miles gloriosus Rodimarte. Spiritosa e maliziosa la Rosina di Suzana Nadejde. Nico Franchini è irresistibile nei panni della vecchia Cornelia, alla quale presta non solo una calda voce virile ma anche una corporatura imponente, così da produrre una girandola di effetti esilaranti. Bravissimo Raffaele Pe, perfettamente a proprio agio in un ruolo eccentrico rispetto al repertorio di riferimento, soprattutto per quanto riguarda la gestualità e la presenza scenica; dal punto di vista vocale, la sua esecuzione è limpida e toccante, impeccabile tanto nello scintillio dell’agilità quanto nelle risonanze dolenti e sussurrate del lamento.

Jacopo Raffaele, responsabile della revisione in collaborazione con Fabrizio Longo, dirige con brio e con apprezzabile varietà di passo. Alcune idee appaiono fin troppo esuberanti (la caratterizzazione ‘spagnola’ di Rosina, ad esempio, risulta un po’ invadente), ma nell’insieme la prova può dirsi superata. Le quasi tre ore di spettacolo scorrono senza pesare e lasciano al pubblico un sorriso illuminato da un guizzo di magia.


Spettacolo: Il Trionfo dell’onore
Visto alla Masseria Palesi di Martina Franca (TA).

 

Visto il 28/07/2018

Lucio Tufano

  Redattore

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