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Il terzo uomo, ovvero il buio nella mente

Recensione:
Il terzo uomo, ovvero il buio nella mente

Un pavimento spoglio con due sedie, accanto alle quali giacciono pochi oggetti, come abbandonati da una marea ostile, accoglie lo sguardo che si sofferma con un senso di sgomento sulle bambole impiccate sospese al soffitto, e su quelli che sembrano giochi per bambini sparsi per terra. Un’improbabile Lolita in parrucca appariscente, vestita poco più di niente, inizia ad aggirarsi in controluce, fumando e attendendo, ma con pose forzate e ostentate.
Questo è il simbolismo di Andrea Cramarossa, autore e regista de Il terzo uomo, una presenza, un’ombra mai ben identificata che si muove tra Dolly ed Herbert, i due fratelli attori-assassini-amanti che non possono non richiamare alla memoria, con i loro bizzarri costumi e l’eloquio da teatranti di quart’ordine, atmosfere da Arancia Meccanica, ma anche i protagonisti lunari e allucinati di una vita famigliare raccontata come una dissonanza stridente, dove gli studi superiori compiuti da tutti e due, il costante richiamo alle ambizioni teatrali e all’insoddisfazione da intellettuali mancati marcano il terreno del caos e del raptus omicida che ha portato allo sterminio di tutta la loro famiglia (padre, madre e fratellino) compiuto con indifferenza mista a noia.
Come già in tutto il percorso artistico di Cramarossa, voce forte e incrinata di una poesia fatta di costanti simbolismi e di chiaroscuri linguistici, dove la parola fa da specchio al mondo oscuro delle verità e degli abomini taciuti da menti malate ma non annebbiate, anche qui non vi è alcun filtro o edulcorazione nella verità cruda e terribile di due ex-bambini che uccidono e compiono ogni sorta di esperienza senza soluzione di continuità, ma soprattutto senza gioia o raccapriccio.
Cramarossa regista fa muovere i propri attori – decisamente valide e rigorose le prove di Mariangela Dragone e Claudio Ciraci – liberi da ogni censura o limite: così Herbert si presenta spesso vestito con la sottoveste macchiata di sangue della madre, mentre Dolly percorre l’huis clos della loro casa-prigione in tacchi alti e guepière, provocando e torturando, ma soprattutto creando con il tono lamentoso e fastidioso della sua voce da bambina viziata un sottofondo continuo di disagio.

Due momenti, in contrapposizione tra loro, marcano questo viaggio estremo: l’unico attimo di confessione sincera tra i due fratelli, fissi e bloccati su due sedie alla maniera di spaventapasseri dalle ali spezzate, le cui voci prive di orpelli e artifici inventati si librano nude e strazianti nel buio improvviso e nella nostalgia di un amore e di una normalità a loro negata perché incapaci di riconoscerli e privi del coraggio necessario per conquistarli. Dall’altra parte non mancano, come efficace elemento esterno di contrappunto comico, costanti giochi con le paranoie e le velleità degli attori che spesso auto-citano in forma meta teatrale vezzi e aneddoti che ogni iniziato al palcoscenico conosce, e che vengono immancabilmente accolti con risate d’intesa e puro divertimento, sottolineando ulteriormente il paradosso grottesco di un gioco interrotto, di un carillon spezzato, di menti nate per brillare nella conoscenza e nella ricchezza e invece sprofondate nel buio soffocante della noia e della perdita di ogni valore o riferimento.

 

Visto il 25/02/2011

Luisa Monnet

  TECNICO LUCI di ROMA

Nel 2002 si laurea in Scienze Umanistiche presso l'università "La Sapienza" di Roma, con specializzazione in Arti e Scienze dello Spettacolo. Paralle...

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