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IL MAESTRO E MARGHERITA

Il mistero che risorge dalle ceneri: Il Maestro e Margherita a teatro

Recensione:
Il Maestro e Margherita

Il capolavoro di Bulgakov acquista nuova vita nella sapiente trasposizione drammaturgica di Letizia Russo, una rilettura che mira all’essenza dell’opera restituendone infine un testo nuovo, di ispirato valore teatrale. Ragion d’essere dell’impresa, il carattere «perturbante, complesso e articolato» dell’originale, «un romanzo pieno di colori potenti e assoluti» in grado di sfidare la creatività scenica del regista Andrea Baracco, trovando degno interprete in un cast di attori di esaltante bravura.

Prologo di fuoco

Nel teatro del mondo, buio come il mistero che l’avvolge, arde la verità della passione che lega Margherita (Federica Rosellini) all’uomo per il quale ha scelto l’appellativo di “Maestro” (Francesco Bonomo), in quanto autore di un superbo manoscritto sulla vicenda di Cristo e Ponzio Pilato; anche quest’ultimo brucerà presto, dissolvendo in cenere il legame tra i giovani amanti a seguito degli strali della censura che nella Russia degli anni ’30 impediva di ipotizzare contenuti religiosi, perfino come problemi irrisolti.
Ma la scelta di anticipare il nucleo narrativo nel prologo introduttivo, tutto giocato sulla simbologia del fuoco, sposta subito l’attenzione dal contesto storico originario alla critica universale verso ogni forma di dogmatismo, per approdare all’interrogativo esistenziale.

Quale verità? Una, nessuna, centomila

”Che cos’è la verità? Io non voglio la realtà, voglio la verità” implora il Maestro secondo un leitmotiv primordiale, invocando l’avvento dell’ultraterreno per spezzare il muro del conformismo, l’ipocrisia che ottunde le menti. Puntualmente, in veste di “castigamatti” vendicatore, giunge a Mosca il principe del male Woland, che Michele Riondino, al contempo “joker satanico” e trasognato nobiluomo d’altri tempi, tratteggia piuttosto come l’ultimo degli angeli, prova in essere dell’esistenza divina. Forte dell’implacabile ferocia del sillogismo dialettico, Woland demolisce la protervia dei presunti intellettuali del luogo, punendoli con la pena capitale ovvero instillando loro - quasi per contrappasso- il germe di un’apparente follia, in aperto contrasto con la razionalità in precedenza decantata da costoro.



L’attribuzione di molteplici personaggi riconducibili ad un archetipo al medesimo interprete, oltre ad indicare l’affinità comune a tutte le vicende umane, favorisce lo scorrevole passaggio tra le diverse linee narrative, per cui gli eventi moscoviti contemporanei si alternano a quelli della Gerusalemme del 33 d. C. descritta nel manoscritto distrutto. Assurdo nella prospettiva di un ateismo rigoroso, blasfemo secondo l’ortodossia cattolica, lo scottante argomento di fede si fa testimone della polifonia pluristratificata assunta dalle verità umane nei secoli.

L’anima rock de Il Maestro e Margherita

La scenografia, un bunker costituito da tre livide pareti di ardesia su cui campeggiano graffiti preistorici e didascalie esplicative alla maniera del teatro epico, allude all’imperscrutabilità del destino dell’uomo nonché alla soglia invalicabile dei pregiudizi che ostacolano una comunicazione più profonda.

Sarà proprio una messinscena teatrale, un intrattenimento triviale e crudele come i giochi gladiatori dell’antica Roma - ennesima metafora attinta al Faust di Goethe - ad azzerare alla radice la falsità dei moscoviti. ”Somigliare a qualcosa che non potrebbero mai essere: è tutta qui la verità sugli esseri umani” commenta una Margherita - a differenza di quanto avviene nel romanzo- atterrita cronista di un evento difficilmente riproducibile sulla scena, mentre le luci vengono rivolte agli spettatori in platea: ”Chiusi dentro ad un teatro sono disposti a uccidere, a morire pur di ottenere qualcosa che non possono avere” incalza il severo j’accuse, ulteriore novità in un lavoro denso di invenzioni emozionanti.

L’inatteso finale, sostenuto da contaminazioni musicali che virano da Musorgskij a Simpathy for the devil dei Rolling Stones, antepone l’imperfezione umana all’astratta purezza della nuda luce, giacché proprio dalla contaminazione scaturisce anche lo scarto vitale per cui vale la pena di stare al mondo: il dubbio, la facoltà di pensiero e giudizio, la libertà.

 

Visto il 27/11/2018
al teatro Verga di Catania (CT)

Il Maestro e Margherita
Prosa
Informazioni principali
Regista
Andrea Baracco
Protagonista
Michele Riondino, Francesco Bonomo, Federica Rosellini

Loredana Audibert

  CAPOREDATTORE

Laureata in Lettere Classiche, sono un'insegnante di lettere e sostegno alla scuola secondaria. Nel tempo libero, mi diletto tra musica, teatro e let...

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