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IL DESERTO DEI TARTARI

Sono qui per uno sbaglio…

Recensione:

Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, prodotto da TrentoSpettacoli, con la drammaturgia di Maura Pettorusso, la regia di Carmen Giordano e l’interpretazione di Woody Neri, chiude il primo ciclo dei Martedì de l’Avogaria di Venezia per la stagione 2013-2014, la ripresa, promette il direttore Stefano Poli salutando il pubblico di affezionati, nei primi mesi del prossimo anno.

Fa bene il Teatro a l’Avogaria, storica sala della tradizione teatrale veneziana, a scommettere sulla formula dei martedì, formula in verità giunta ormai al quarto anno di vita, la platea cresciuta settimana dopo settimana ha apprezzato la qualità delle proposte recuperando in questo appuntamento una necessaria boccata di ossigeno teatrale. A chiudere la rassegna, dunque, un’operazione teatrale complessa, la riscrittura drammaturgica di un testo che Buzzati non aveva pensato per il teatro, ma che al teatro stesso rimanda per i suoi tempi, la dilatazione metaforica dello spazio, la corposa densità della parola monologante. La storia non storia del sottotenente Drogo rimasto trent’anni nella fortezza che presidia un deserto dimenticato da tutti, ma capace di vomitare, senza alcun preavviso, orde di nemici tartari disposti a tutto, la sensazione d’impotenza che il protagonista prova di fronte a ciò che non avverrà mai, mentre la sua ansia febbricitante glielo rende di continuo concreto davanti agli occhi sono divenute metafora di una condizione esistenziale che probabilmente neanche lo stesso Buzzati aveva a suo tempo immaginato.

Il tema dell’attesa, d’altronde, attraversa tutto il teatro contemporaneo europeo e sono fin troppo scontati i titoli che potrebbero dimostrarlo, ma è utile qui citare un episodio illuminante. Nel lontano ormai 1990, nella cornice degli spettacoli classici di Siracusa, Mario Martone metteva in scena I Persiani di Eschilo, nella cui parodo iniziale il coro di anziani lamenta di non avere più notizie del giovane Serse, mentre l’attesa produce angoscia profondissima. Martone amplifica a dismisura questo elemento: nello spazio antistante la reggia di Susa il popolo persiano attende notizie del suo re, non un suono, non un lamento, tempi lunghissimi di immobilità invece, gesti ridottissimi, sguardi preoccupati verso il punto da dove verrà il messaggero, sotto i loro piedi sabbia finissima, come quella di spiagge mediterranee, come quella di un deserto, appunto.

Carmen Giordano mette in scena un’altra forma di attesa, quella che sgocciola le ore attraverso tre lampade che occupano la scena e che lo stesso protagonista provvede a spegnere e ad accendere ritmando il ticchettio di immaginari orologi, ma c’è anche l’attesa che si diluisce nel fiume di parole che un’attenta riduzione drammaturgica, quella di Maura Pettorusso, imbastisce per il Drogo in cui si cala il bravissimo Woody Neri. E’ un’attesa oscura, piena di presagi e di ombre, di personaggi che circondano il povero sottotenente e che potrebbero essere semplice frutto della sua mente allucinata, come l’inquietante incrocio tra un manichino e uno spaventapasseri che si erge in scena nel momento in cui Drogo ricopre con il proprio mantello lo scheletro di una delle lampade, mettendogli davanti gli stivali di cui si è appena liberato. Con questo feticcio Drogo parla, si confida, ci litiga anche, mentre gli anni passano e il riposo di un guerriero che non ha mai partecipato ad un’azione in campo aperto è tutto lì, in quel suo mettere a bagno i piedi in un vecchio secchio e starsene seduto sulla spalliera di un’anonima sedia metallica.

L’attesa sveste Drogo di ogni certezza e convinzione militare, gli anni lo conducono al fondo della sua umanità, Woody Neri riesce a passare dallo spaesamento amplificato da amare illusioni del sottotenente (Io non l‘ho mai visto il deserto e forse per questo vale la pena di restare) alla sconfitta rabbiosa dell’uomo (Che cosa mi attende ora?) con un continuo e ben riuscito equilibrio tra gestualità essenziale e assenza di qualsiasi ridondanza sonora. La sua voce non è mai orgogliosamente sicura, annaspa sempre alla ricerca di un perché risolutorio, di una spiegazione che diventi misura di quella sua attesa per altri inspiegabile e di quel suo essere perennemente alla frontiera. E’ questo, mi sembra, l’altro elemento interessante che emerge dalla messa in scena di Carmen Giordano, l’aver colto cioè l’aspetto del confine, quello tra fortezza e deserto, tra luce e buio, tra uomo e sottotenente, tra parola e silenzio, tra partire e restare: Drogo è sempre in attesa ma al tempo stesso sempre in una terra di mezzo, è lì che si perdono i suoi giorni tra uccelli che nidificano e uno sbaglio vero o presunto che lì lo ha condotto .

E’ la condizione umana questa, tentennante e fragile, incapace di cogliere l’attimo e vittima perenne di una condanna che altro non è se non la propria indecisione. Spettacolo denso e intrigante questo Deserto dei Tartari, la parola di Buzzati tiene banco e bene ha fatto la Pettorusso a mantenerne tutta l’intensità, così come la Giordano a lasciare che essa costituisse l’ossatura principale dello spettacolo. Applausi lunghi e calorosi, con numerose chiamate in scena, per Woody Neri interprete asciutto, senza sbavature e dolorosamente profondo.

 

Visto il 10/12/2013
al teatro L'Avogaria di Venezia (VE)

Il Deserto dei Tartari
Prosa
Informazioni principali
Regia
Carmen Giordano
Protagonista
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Angelo Callipo

  Redattore

Laureato in Lettere Classiche, si è formato all' Accademia del Teatro Politeama di Napoli e all' Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa. Do...

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