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IDROSCALO PASOLINI

Musicare Pasolini

Recensione:

I suoi quarant'anni di vita il Cantiere Internazionale d'Arte di Montepulciano li ha festeggiati a metà luglio presentando al Teatro Poliziano – tra l'altre cose – un'inedita commissione lirica volta a rievocare un'altro anniversario, quello della morte di Pier Paolo Pasolini ucciso in una tragica notte del novembre 1975 sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia. L'impresa, affidata dal Cantiere al compositore Stefano Taglietti ed al librettista Carlo Pasquini, è la prima che a parlarci direttamente del grande scrittore e cineasta friulano, pur se nella traccia narrativa la sua figura non entra mai in scena, ma è solo evocata da tutti: nei sette quadri di Idroscalo Pasolini assistiamo infatti all'indagine condotta da un commissario, che interloquisce con alcuni personaggi presenti sulla scena del delitto –  luogo sporco e sabbioso, pieno di rifiuti – i quali sono tutte figure in qualche modo collegate alla vita o all'immaginario di Pasolini: Stracci, Otello e l'Accattone, Maria Callas, amica ed interprete di Medea, il Corvo, il Cardinale ed il Chierichetto. Come scriveva Moravia a proposito del tragico avvenimento, «la sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera, e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile».

Visto in scena, il lavoro di Pasquini mostra da subito una certa esilità, con dialoghi che s'avvitano intorno a sé stessi: muovendo da un banalissimo coro d'apertura  - una litania di nomi d'imprese e di politici anni '70 che termina con Ilva e Eni / Gui e Reale / Moro e Rumor...- dopo un vacuo girare di battute tra i presenti va a finire che il povero Stracci, il più indifeso fra tutti, si confessa reo dell'omicidio dello scrittore, e viene per questo addirittura crocifisso in scena. Un finale a sorpresa rivela però che siamo in un teatro di posa, queste sono solo le riprese di un film... però Stracci è morto sul serio, e l'opera si chiude con questo moderno Cristo in croce –  voluto richiamo al martirio di Pasolini - mentre sullo sfondo scorrono spezzoni in b/n che ce lo ricordano com'era, sempre un po' amaro, sempre un po' debole e melanconico. In realtà, alcuni momenti del libretto si salvano per un sincero afflato di poesia, come nella struggente rievocazione della Callas: «Si smarriva, smarrito al telefono, quel mite poeta, smarrito e incerto di magrezza e paura...». Versi che richiamano in mente le parole di Elsa Morante, altra grande amica di PPP, quando raccontava che la sua «voce delicata era quella di una persona perseguitata... la voce di un uomo che vive con grande fatica, sotto pressione, sempre in lotta».

Passaggi strumentali calati qua e là, situazioni recitate ed altre intonate, con qualche vago accenno di 'numero chiuso' simile ad un'aria, caratterizzano la partitura di Stefano Taglietti, il cui peccato originale è di non palesare uno stile personale, di non saper cogliere la giusta alternanza tra parlato e cantato, e di non dare il necessario rilievo alla linea del canto in sé, dal procedere ondivago. E quando quest'ultima prende pressapoco una forma compiuta, dove pare acquisire una qualche dimensione melodica, eccola ripiegarsi in una desolante monotonia, facendo così persino rimpiangere la maggiore varietà dei momenti di recitazione. Ma non meno gravi sono la mancanza di un valido progetto musicale di base, ed una povertà di spunti musicali, eccezion fatta per qualche situazione interessante come l'aria – se vogliamo definirla così - del Corvo «Bastonato come un cane», oppure la mesta ed intensa trenodia vocale/strumentale che accompagna l'invocazione della Callas «Pier Paolo, Pier Paolo...». Dentro il lavoro di Taglietti si scopre insomma un po' di tutto – un coacervo di serialità, di jazz, di post-modernismi, qualche reminescenza liturgica – ma questo tutto pare mal assemblato con un'orchestrazione nebulosa; e quanto all'organico adottato (piano e quartetto d'archi, quartetto di fiati, percussioni varie compreso uno xilofono, qui altri avrebbero fatto festa), non sembra sfruttato sino in fondo. 
A tenere su in scena per fortuna l'insieme di Idroscalo Pasolini, stava sul palcoscenico del Teatro Poliziano un solido drappello di interpreti, cantanti e non: il soprano Rosaria Fabiana (la Callas), il mezzosoprano Giada Frasconi (il Corvo), il baritono Andrea Tabili (il Cardinale), la voce bianca di Andrea Ciacci (il Chierichetto); e gli attori Francesco Mauri (Stracci) , Leonardo Bianconi (Otello), Roberto Giovenco (Commissario), Michele Zaccaria (poliziotto), Nicola Ciammarughi (Accattone).

Avendo a disposizione allievi – bravini magari, ma pur sempre di allievi si tratta – del Royal Northern College of Music di Manchester, l'orchestra in residence del Cantiere, Marco Angius ha fatto del suo meglio; e in sincerità, direi che ha concertato in maniera straordinaria, tenendo tutti gli esecutori in tensione e conferendo la maggior compattezza possibile all'eterogenea creatura di Taglietti. Deboluccio come drammaturgo, Carlo Pasquini funziona per fortuna assai meglio in qualità di regista, realizzand uno spettacolo forte, pregnante ed efficace; la scena è stata disegnata da Katrin Schöss , i costumi da Noemie Grottini, le luci da Pietro Sperduti.

 

al teatro Poliziano di Montepulciano (SI)

IDROSCALO PASOLINI
Lirica
Informazioni principali
Regia
Carlo Pasquini, dir. Marco Angius
Protagonista
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Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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