Parole di sofferenza scritte sull'acqua. Storia di un paese sommerso

Recensione:
Parole di sofferenza scritte sull'acqua. Storia di un paese sommerso

La drammatica storia, narrata settant'anni dopo, d'un paese scomparso. Questa è la sostanza di “Curon/Graun”, lavoro vincitore ex aequo del concorso Opera 20.21 Fringe 2017 della Fondazione Haydn, e presentato al Teatro Sociale di Trento.
Siamo di fronte ad un elaborato multimediale che narra, solo per immagini e suoni, la vicenda che ha portato dopo un'altalena di progetti, di interventi politici a vari livelli, di vivaci proteste di popolo, alla realizzazione nel 1948-1950 del bacino idroelettrico più grande dell'Alto Adige. Un'imponente distesa liquida, ottenuta in quell'ultima porzione di Val Venosta incuneata tra Svizzera e Austria.

L'enorme innalzamento delle acque impose però l'evacuazione e l'abbattimento del paese di Curon/Graun e di parte della sua frazione di Resia/Reschen. Penoso destino, toccato persino ai morti dei loro cimiteri. Da allora, al centro di quel lago spunta la melanconica sagoma del campanile trecentesco della chiesa parrocchiale. Salvato per il suo valore storico, ma sommerso per una buona metà.

Dal cataclisma nasce un'attrattiva per i turisti

Quella torre è oggi una famosa attrattiva turistica, particolarmente affascinante d'inverno: quando le acque gelano, può persino essere raggiunta a piedi. Non si deve, malgrado ciò, dimenticare quanto costò ai paesani di Curon lasciare le proprie case, i coltivi, i pascoli, e ricostruirsi una vita altrove. Qualcuno rimase, trasferendosi nel nuovo abitato; altri emigrarono lontano. Al di là dei risarcimenti ricevuti, furono comunque momenti assai difficili per tutti.

Un esodo lontano, rievocato senza uso di parole

La performance montata dal collettivo OHT-Office for a Human Theatre di Rovereto – su ideazione di Filippo Andreatta e Paola Villani, e con la regia del primo - parte con una serie di didascalie volte a ricostruire la vicenda dei paesi scomparsi, per poi allineare una lunga sequenza di immagini mute. Ora reali, con un b/n girato da un'auto che percorre la valle; ora create in studio, come la ricostruzione immaginaria della sommersione del campanile, oppure realizzate in computer graphic, giocando con luci, tonalità, colori. Avendo sempre come protagonista il paesaggio alpino e l'intervento dell'uomo; e volendo suscitare nello spettatore un crescendo di forti emozioni. Nondimeno il risultato complessivo appare alquanto freddo, un po' troppo documentaristico per poter parlare d'un vero lavoro teatrale.

La colonna sonora punta dritta al cuore

Sotto lo schermo siede l'Orchestra Haydn, capitanata dal suo primo violino Stefano Ferrario: a lei il compito di eseguirne la colonna sonora, basata tutta su composizioni per strumenti ad arco di Arvo Pärt. Una spirale musicale che muove dal misticismo di tre dei suoi “Fratres” - per quartetto; per archi e percussioni; per violino, archi e percussioni - e che nella parte finale e più intensa vede risuonare il commovente, introspettivo “Cantus in memory of Benjamin Britten”, con i suoi melanconici rintocchi di campana tubolare. Esecuzione impeccabile, raffinata nel gradiente tonale e smagliante nei colori, sino a costituire – a ben vedere - il vero punto di forza della serata trentina.

 

Visto il 25/02/2018

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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