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Emerson String Quartet: una perla per il pubblico della IUC di Roma

Recensione:
Emerson String Quartet
Emerson String Quartet

Per gli amanti della musica da camera il concerto di un quartetto d’archi è sempre un’occasione ghiotta, quando poi il protagonista è un complesso prestigioso come l’Emerson String Quartet la serata diventa imperdibile. L’Istituzione Universitaria dei Concerti con il suo cartellone di grandi eventi ha regalato un’altra perla al pubblico romano che ha affollato l’Aula Magna della Sapienza.

Strumenti mitici

Eugene Drucker, nel concerto romano ha usato uno Stradivari del 1686, dal suono morbido e deciso, particolarmente adatto al dialogo con gli altri protagonisti, mentre il secondo violino Philip Setzer e la viola Lawrence Dutton hanno suonato strumenti moderni, perfettamente adeguati a sostenere il confronto con i confratelli antichi, in particolare con il violoncello di Paul Watkins che è antico, ma sembra costruito forse in tempi diversi da grandi liutai.


Tre capolavori per un concerto da ricordare

Il programma della serata comprende tre capolavori e parte dal Quartetto in fa maggiore op. 96 “Americano” di Antonin Dvorak. Si tratta del più popolare dei quartetti del compositore ceco, scritto durante il suo soggiorno americano, da cui l’attributo, nella stessa epoca della Sinfonia “dal Nuovo Mondo” op. 95 e del Concerto per violoncello e orchestra op. 104. I temi presenti in queste opere hanno spesso un sottofondo folklorico caratteristico che le rende immediatamente riconoscibili, comunque inquadrato nella tradizione mitteleuropea.

Anche nel Quartetto n.5 in si bemolle maggiore di Bela Bartok risaltano elementi presi dal folklore, in questo caso tzigano e transilvano, ma spicca anche una ricerca orientata a cercare l’arcaico e misterioso mondo dei suoni della natura che influenzano la condizione umana. Artifici esecutivi come pizzicati, suoni flautati in pianissimo, accordi graffianti, cercano di riprodurre un primitivismo pervasivo.



Dopo l’intervallo ecco uno dei capolavori di Ludwig van Beethoven, il Quartetto n.8 in mi minore op.59 n.2, uno dei tre cosiddetti “Razumovkij” dal nome del committente. Una nota di cronaca, qui il ruolo di primo violino è di Philip Seltzer. La struttura di questo quartetto è classica, ma emergono contrasti e attriti tra i temi come poi troveremo negli ultimi enigmatici quartetti. Le esplicite pause frammentano il fluire del discorso mentre i temi si scontrano e si intersecano in un’atmosfera di dubbi e di tensioni. Più lineare e morbido il secondo movimento Molto adagio, qui si fa strada una quiete sentimentale in aperto contrasto con quanto udito nell’Allegro iniziale. Il successivo Allegretto si apre con una melodia danzante, un tema popolare, ma presto tornano i contrasti iniziali a rompere l’equilibrio arcadico come pure si verifica nell’ultimo tempo Presto, anche qui l’atmosfera è danzante, ma il ritmo è incalzante con una evoluzione verso un tempo di marcia, brevi fughe intermezzano il fluire del discorso e riaffermano i contrasti.

La precisione, l’affiatamento proverbiale e soprattutto lo splendido suono del quartetto Emerson hanno stregato il folto pubblico che ha a lungo festeggiato gli artisti.

 

Visto il 19/11/2019

Umberto Asti

  Redattore

Professore di scienze in pensione, antico frequentatore delle istituzioni musicali romane, orecchiante evoluto, organizzatore di concerti nelle scuole...

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