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Torna con grande successo alla Fenice il Don Giovanni ideato da Damiano Michieletto.

Recensione:
Don Giovanni
Don Giovanni © Michele Crosera

A nove anni giusti dall'esordio, ritorna sulle scene de La Fenice il Don Giovanni di Mozart, avvio del trittico “dapontiano” affidato all'estro di Damiano Michieletto, che curò nelle due stagioni seguenti Le nozze di Figaro e Così fan tutte. Sempre, allora, con la bacchetta di Antonello Manacorda. E ritorna con una serie di ben 12 recite tutte affollatissime, a dispetto della calura afosa che incombe sulla Laguna Veneziana.

Una drammaturgia travolgente

L'impianto è ormai noto: le scene di Paolo Fantin descrivono un labirintico palazzo rococò in palese degrado, con alte pareti che si spostano senza sosta mutandone spazi e volumi: creano in tal modo un senso di vertigine, di spaesamento, di incubo latente rafforzato dalle gelide luci di Fabio Barrettin. Unico elemento in qualche modo rassicurante, i costumi settecenteschi che Carla Teti fa indossare ai personaggi.



Quanto alla drammaturgia, le luci (molte) prevalgono sulle ombre (poche in verità), limitate a qualche momento registico non del tutto comprensibile. La chiave di lettura, nella visione di Michieletto, è che i protagonisti sono inesorabilmente attratti e risucchiati dal magnetismo di Don Giovanni, motore di tutto, cadendo vittime di un perverso sortilegio. Vivono ed agiscono solo per suo volere: così che quando lui lo vuole, cadono inerti al suolo come marionette senza fili.

Cast decisamente al top

La compagnia che abbiamo incontrato – delle due in alternanza – è costruita con grande maestria. Principiando dal protagonista, che un travolgente Alessio Arduini rende con dinamicità scenica e pienezza fisica; ed anche dal côté musicale, senza dubbio, gli riesce d'essere imponente, fantasioso, espressivo. Carmela Remigio si trova in comfort zone agendo nel pirotecnico ruolo di Elvira, che richiede – oltre alle irrinunciabili doti virtuosistiche - quelle note gravi che non le mancano certo; Francesca Dotto risolve con un tocco di leggera sensualità, nonché bella varietà d'accenti, orientamento elegante, valida resa delle colorature la figura di Donn'Anna; un elegante Don Ottavio ci viene restituito dal canto limpido, garbato, mai affettato di Juan Francisco Gatell.



Di contro, Omar Montanari dipinge un Leporello comicamente irresistibile, grazie ad una eccezionale aderenza attoriale - nei recitativi, la balbuzie rende bene la naïveté del personaggio - ed alla voce piena e ben timbrata. William Corrò è un Masetto di fresca simpatia, Giulia Semenzato una Zerlna di grazia civettuola e conturbante; e poi sono così giovani, che le loro figure si rivelano perfette. Attila Jun è un Commendatore aristocraticamente imponente.

Concertazione sotto il segno di Apollo

Ci ha persuaso appieno la visione musicale di Jonathan Webb: limpida, tersa, discorsiva, con l'orchestra veneziana retta sull'onda della leggerezza e della trasparenza. Il suono è intenso, compatto, ma non c'è ricerca di atmosfere troppo corrusche, né di scabra drammaticità; le dinamiche sono fluide e vaporose, le combinazioni timbriche messe in preciso rilievo, la varietà espressiva sempre in primo piano. Ed il sostegno ai cantanti irreprensibile. Una lettura nel solco di una classicità di stampo viennese. O apollineo, se preferite.

 

Visto il 25/06/2019

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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