Divertimento e riflessione in un’unica opera

Recensione:
Divertimento e riflessione in un’unica opera

Già il titolo “Come sono diventato stupido” intriga per la sollecitata pregustazione di quell’ironia pungente e mordente che pare promettere. Del resto, si mantiene fedele al titolo del romanzo di Martin Page, anche nella sua versione originale (Comment je suis devenu stupide, 2001).

La vicenda gira interamente intorno alla vita di Antoine, giovane venticinquenne che abita nella Parigi dei nostri giorni. Egli s’incaponisce, fin dall’esordio, a voler curare una malattia che sente eccessivamente perniciosa per sé stesso, l’intelligenza. Questa, difatti, lo espone a livelli insopportabili di sofferenza, data, anche, da un’estesissima conoscenza del mondo e delle sue dolorose dinamiche, oltre che da una sensibilità empatica del tutto fuori dal comune.
Parte del divertimento goduto dagli spettatori, deriva pure dal carattere assurdo e surreale, che sembra permeare l’intero testo teatrale, nella sua globalità, dai personaggi, alle situazioni, alle svolte nella trama, alla minuzia delle battute.

La doppia critica

Niente è lasciato al caso; trabocca ovunque un’arguzia sottile, che contribuisce al ritmo vivace dell’avvicendarsi delle scene. La scenografia semplice, e autogestita dai medesimi attori sul palcoscenico in diretta, lungi dal rivelare un punto di carenza, mette anzi in risalto l’abilità scenica e performativa dei quattro attori, mai stanchi di cimentarsi in ruoli sempre nuovi e diversi, fatta eccezione per il protagonista, che, per non rischiare di creare confusione, è interpretato sempre dal giovane Daniele Vagnozzi.

Uno dei temi portanti resta, senza dubbio, una duplice critica, che percorre in maniera più o meno sotterranea, a tratti esplicita, la pièce. Da un lato, difatti, si avverte una critica tagliente nei confronti dell’omologazione sempre più perfetta che la nostra attuale società sta portando a compimento, ai danni di un’individualità che voglia emergere in maniera matura e consapevole. Dall’altra, non meno duro forse, appare il biasimo verso chi cerca di sfuggire alla pervasività di un’omogeneità di pensiero e di comportamento, rifugiandosi in un vuoto e sterile isolamento.

Tra risate ed emozioni

Onnipresente troviamo un’equilibrata commistione di momenti esilaranti e di scene che inducono non solo all’interrogazione introspettiva, ma anche ad un coinvolgimento emotivo particolarmente forte. Sarà evidente, alla fine, che il disturbo dell’intelligenza, che Antoine si autodiagnostica, può essere interpretato anche come un elemento che può rappresentare tutti, in qualità di membri d’una qualsivoglia minoranza a cui ciascuno di noi sente di appartenere.

Questo testo può considerarsi quasi un inno all’apertura alla vita e alle persone. Non si tratta affatto, tuttavia, di un atteggiamento ingenuo e inconsciamente ottimista, bensì di un traguardo raggiunto anche a caro prezzo. La scena finale sancisce, in maniera inaspettata, l’acquisizione d’una inedita prospettiva di vita, che, a volte, si ha la fortuna di non affrontare invano.

 

Visto il 14/01/2018