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Una scena unica per il verismo di Pippo Delbono

Recensione:
Cavalleria rusticana
Cavalleria rusticana

”Cavalleria rusticana” e ”Pagliacci” sono ormai il dittico verista per antonomasia e non si riesce ad immaginarle separate. Popolarissime, ma scarsamente rappresentate, tanto che l’ultima edizione romana c'è stata nel lontano 1972, mentre le romanze ed i temi di entrambe sono stati ampiamente saccheggiati dallo star-system, in recital, spettacoli, tv e cinema (ricordiamo “Toro scatenato” ed “Il Padrino”).

Presentate nella stagione del Teatro dell’Opera e molto attese anche per la regia di Pippo Delbono, un regista definito “d’avanguardia” che avrebbe potuto portare in scena chissà quali provocazioni. Il pubblico è accorso in massa alle poche (cinque) recite ed ha riempito ogni ordine di posti.

Stessa scena

Per entrambe le opere la scena non cambia, un grande ambiente cupo, poco illuminato con pareti di un rosso pompeiano con segni evidenti di abbandono e rovina. Squarci di luce arrivano radenti da porte laterali con un seducente effetto caravaggesco. Prima dell’inizio il regista al centro della platea brevemente racconta i ricordi e le suggestioni personali legati ad un balocco di pezza, ad una poesia infantile, alla Pasqua ed alla scomparsa della mamma. Il suggerimento poetico ad ognuno è quello di cercare le proprie emozioni ed i propri ricordi.

Questo breve inciso un po’ pirandelliano non è isolato: spesso il regista, insieme agli attori della sua compagnia ed in particolare a due suoi antichi compagni, il sordomuto ormai anziano Bobò ed il più giovane down Gianluca, partecipa all’azione con mimi ed accenni di danza, ma più spesso con la sola presenza in un angolo, come in autoritratto di un dipinto antico, oggi si direbbe un selfie. Per il resto la messa in scena è piuttosto convenzionale, senza strappi, il coinvolgimento emotivo dei protagonisti e del pubblico è però ridotto al minimo, vero teatro epico, anche grazie alla modernissima musica di entrambe le opere che rappresenta con algido distacco drammi ed emozioni e che sembra talvolta profeticamente preludere alla stagione dell’espressionismo.

Sempre grande musica

La realizzazione musicale è di primordine, l’orchestra in stato di grazia diretta con efficacia da Carlo Rizzi non prevarica i bravissimi cantanti, in Cavalleria  Anita Rachvelishvili è una straordinaria Santuzza, splendida voce, sorprendente estensione dagli abissi della disperazione all’empireo dell’amore tradito, Alfred Kim uno sfacciato Turiddu, Martina Belli una sensuale ed elegante Lola mentre Gevorg Hakobyan è il cupo Alfio. Sempre efficace, Anna Malavasi presta i suoi toni scuri ad una convincente Lucia.

In Pagliacci Fabio Sartori è un perfetto Canio, l’attesa “Vesti la giubba” è un trionfo, splendida Nedda è Carmela Remigio, mentre Tonio è ancora una volta un efficace Gevorg Hakobyan. Il coro diretto da Roberto Gabbiani non delude nemmeno questa volta, i bei costumi, in particolare quelli dei variopinti pagliacci, sono di Giusi Giustino, le efficaci e narrative luci sono di Enrico Bagnoli, mentre la scena è di Sergio Tramonti. Alla fine applausi trionfali e prolungati per tutti, con qualche accenno di contestazione per la regìa, subito zittito dalla maggioranza degli spettatori.

 

Visto il 10/04/2018

Umberto Asti

  Redattore

Professore di scienze in pensione, antico frequentatore delle istituzioni musicali romane, orecchiante evoluto, organizzatore di concerti nelle scuole...

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