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C COME CHANEL

Da Gabrielle a Coco, e ritorno

Recensione:

Amarezza, paranoia, solitudine. Dentro ad una stanza del Ritz arredata da Guido Caodaglio in stile fine anni '60- inizio ’70, Coco Chanel mette in vendita ad un prezzo alto la sua vita guardandola ormai alla fine, il prezzo di uno specchio e dei ricordi, memorie che vengono invitati a fluire anche tramite il maggiordomo che richiama per un giorno, dopo averlo mandato via anni prima.

Nella pièce “C come Chanel” di Valeria Moretti, per la regia di Roberto Piana, la vita di Coco (il nome fa già intendere come prevalga quasi sempre il personaggio sulla persona) non si può dire se venga più attraversata, o sia lei ad attraversare l’epoca d’oro di una Parigi in cui diventò protagonista non solo con la sua moda rivoluzionaria, ma anche con quel Gruppo dei Sei che con Milhaud,  Honegger, Poulenc, Tailleferre, Auric e Durey rappresentava quella reazione nazionalista all'impressionismo che coinvolgeva anche Eric Satie e soprattutto un altro protagonista dello spettacolo e della sua vita come lo scrittore Jean Cocteau.

Sia a lui, sia al suo amore principale Boy Capel, sia al maggiordomo, fornisce il volto David Sebasti, con una prova, diciamolo subito, sinceramente sorprendente per presenza, precisione e potenzialità tecniche, che fanno riflettere magari su quanto gli attori dimentichino spesso quale sia l'importanza dell'espressione fisica, fra gli elementi della loro arte.

Il percorso fra gli aforismi è necessariamente una parte importante, in un lavoro che vuole ripercorrere in un'ora e venti minuti una delle vite più originali del nostro tempo (“Gli abiti che non scendono in strada non sono moda”, “Gli specchi dovrebbero pensarci bene, prima di rifletterci”, “Più donne vestono Chanel, più mi sento sdoppiata”), tanto che per un po' la storia della sarta ribelle sembra un po' imprigionata nella trappola retorica riassunto/biografia fra situazioni-tipo come l'Hotel e/o un'intervista, ma non si fa in tempo a pensarlo perché arriva un deciso approfondimento psicologico grazie sia appunto alle figure maschili (Cocteau su tutti), sia alla padronanza, che è quasi un'essenza stessa, di Milena Vukotic, nel ripercorre capitoli essenziali come l'infanzia e momenti critici come i traumi degli affetti, e le scelte rischiose come il suo probabile fiancheggiamento del nemico nazista.

Tutti dovrebbero versare un piccolo contributo alla conoscenza dei sensi”, e di certo il suo fu assai grande, come grande appare nella classe con cui la Vukotic porta senza peso apparente tutto quel bagaglio sulle bellissime scarpe bianche e nere che indossa.

In una colonna sonora che forse potrebbe sottolineare maggiormente l'epoca, scegliamo noi un sottofondo coevo come I've Found A New Baby di Josephine Baker, per le storie di oppio, per la leggerezza dura dell'Attrice, per la petite robe noire ereditata dalle suore dell'orfanotrofio, per le liasons come quella con il duca di Westminster (che non sposò perché “il mondo è pieno di duchesse, di Coco ce n'è una sola"), e per Coco/Gabrielle che nel ricordo della morte del padre cui aveva assistito dietro il cancello dell'orfanatrofio, si addormenta infine sul divano del Ritz, come per aspettarlo.

Mi piace tagliare”, diceva Coco. Di sicuro, il gesto che le assomigliava di più.

 

Visto il 11/04/2014
al teatro Troisi di Napoli (NA)

C come Chanel
Prosa
Informazioni principali
Regista
Roberto Piana
Protagonista
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Riccardo Limongi

  DIRETTORE

Giornalista e scrittore, dopo aver ricoperto la carica di Vice Segretario Generale in alcuni Enti Locali, attualmente si occupa di Comunicazione istit...

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