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BORDELLO DI MARE CON CITTà

Alla prima c’erano t…

Recensione:

Alla prima c’erano tutti dal commissario al sagrestano… dal sindaco al blasonato critico. Ed alla prima di Bordello di mare con città c’era una fila di quelle che non si vedono spesso. Il teatro di società, d’altronde, di quella caleidoscopica società che orbita intorno al mondo dello spettacolo, è spesso ben più interessante e accattivante degli spettacoli teatrali che quella stessa favolosa torma hanno attirato. Il gioco dei sorrisi a trentadue denti, delle strette di mano, degli inchini e dei baciamano, rigorosamente con il coltello nascosto dietro la schiena, si articola, in virtù di quella naturale e sublime propensione del teatro al gioco della specularità, in una sapida pièce boulevardier. Tutti conoscono tutti e tutti hanno l’urgenza di mostrare al mondo intero questo loro opimo carnet di ballo. Si è perso, nel tempo, ahimè, questo senso della spettacolarità del pubblico teatrale; troppo compiti vogliono apparire gli spettatori, degni di questo nome, osservatori attenti e scrupolosi di ciò che avviene sulla scena. Soggiogati da un senso, ma sì “borghese”, della fruizione estetica hanno completamente obliato il valore eminentemente performativo della loro presenza a teatro. Vogliono “essere”, a tutti i costi “essere” a teatro, quando gli basterebbe prendere coscienza della loro sostanza di mere apparenze per divenir come i fantasmi della scena nulla di più che “personaggi”. È per questo motivo che il pubblico teatrale dei secoli passati era molto più edotto, nella propria crassa ignoranza, di ciò che è in realtà il gioco teatrale.

Ma veniamo allo spettacolo. Nelle nota di Carlo Cerciello che troviamo nel libretto di sala leggiamo: «lo scopo di questo percorso di studio e di approfondimento del linguaggio di Enzo Moscato, […] è nelle mie intenzioni quello di significare in direzione ostinata e contraria, in tempi in cui trionfa “il teatro algoritmico ministeriale”, cosa si intenda invece per teatro rituale, per eresia teatrale, un testo diverso e della diversità, un teatro capillare, delle vene e del sangue, un teatro della morte, unica vera indagine dell’uomo dentro e fuori se stesso, unico vero senso del teatro dalle sue origini ad oggi». Il teatro, come del resto ogni altra forma di espressione artistica, è destinato, suo malgrado, a riassorbire ogni rivoluzione estetica determinatasi al proprio interno, nell’alveo di una conciliante e rassicurante “norma”. È un processo naturale, spiegabile con il fatto che un’eterna rivoluzione è, di fatto, un’utopia. Un’utopia del genere, tuttavia, non è, e questo a tutta prima può sembrare paradossale, totalmente irrealizzabile. In quanto non luogo essa si va a costituire come una sorta di eterno viaggio. È una scelta di vita, un percorso esistenziale che spesso sfocia nella follia o nell’isolamento, finanche nel pubblico ludibrio. L’eterna ricerca, di linguaggi e tematiche, è l’unica, vera alternativa al teatro di stato, all’«algoritmo ministeriale». L’eterna ricerca deve sapersi sottrarre alla seducente, allettante dittatura del marchio. Gli ’80 e ’90 sono stati anni fertilissimi per il teatro partenopeo, anni di autentica sperimentazione linguistica che hanno avuto in Enzo Moscato uno dei più significativi protagonisti della scena teatrale off partenopea. Tuttavia, quello che in quegli anni era innovazione oggi è senza dubbio una sorta di “norma”. La decostruzione della diegesi drammaturgica tradizionale tardo ottocentesca e naturalistica è ormai un fatto acquisito, è storia. Così come non può più andar bene, oggi come oggi, una visione antropologica così sotterranea e abietta della città di Napoli. Non può bastare il marchio, troppo abusato, del teatro della crudeltà per giustificare questa concezione della città come folla inferocita, bordello, stuolo di puttane e papponi, la città delle “zoccole” e della munnezza che si fanno poesia crudele. Questa concezione estetica della città è diventata null’altro che un cliché, più colto e smaliziato certo del sole e del mandolino ma altrettanto abusato.

Detto questo. Bordello di mare con città (1987) di Enzo Moscato per la regia di Carlo Cerciello è uno spettacolo tutto sommato gradevole. Strutturato in due parti: una più tradizionale e mimetica che ci descrive i mutamenti avvenuti in una casa di tolleranza dopo la legge Merlin e in seguito alla conversione religiosa di una delle tenutarie; l’altra simbolica e onirica orchestrata secondo una equilibrata alternanza di canto e recitazione. Gli attori sono credibili figure di dannati all’eterna gogna della fame e del bisogno. Disperate sostanze ai limiti dell’umano, creature grazie alle quali perfino la santità acquisisce tinte fosche e ambigue nell’opprimente assenza di Dio che sovrasta questo osceno mondo moscatiano. In scena è presente lo stesso Moscato, la cui voce stridula e malferma, cadenzata come una ossessiva nenia infernale, fatica a compattarsi con la più tradizionale impostazione recitativa degli altri attori. Non a caso, nella seconda parte dello spettacolo egli sceglie per sé un ruolo che gli si confà di più del personaggio dialogante, vale a dire la voce narrante, vera e propria evocazione sonora del cuore nero della città.

 

Visto il 27/10/2016
al teatro Bellini di Napoli (NA)

Bordello di mare con città
Prosa
Informazioni principali
Regista
Carlo Cerciello
Protagonista
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Riccardo Limongi

  DIRETTORE

Giornalista e scrittore, dopo aver ricoperto la carica di Vice Segretario Generale in alcuni Enti Locali, attualmente si occupa di Comunicazione istit...

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