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AIDA

La storica “Aida” di Bolognini e Ceroli incanta la Fenice di Venezia

Recensione:
Aida © Michele Crosera

I classici non tramontano mai. Vedi questa Aida che riprende vita sulle scene del Teatro La Fenice, in questo piovoso fine maggio: spettacolo di rara bellezza, varato qui nel 1978, ripreso nel 1984 e poi nel 1998 in forzosa trasferta al PalaFenice, con tre assoluti punti di forza. La rigorosa ed intensa regia di Mauro Bolognini, ripresa da Bepi Morassi, che punta a concentrarsi sui drammi individuali e ad evocare raffinate atmosfere esotiche senza mai scadere nel retrò.

Le belle invenzioni lignee di Mario Ceroli, a metà tra scultura ed ingegnosità scenografica. Ed infine gli stupendi costumi di Aldo Buti, che fondono materiali naturali quali stoffe e paglie, traendo ispirazione dalle antiche immagini egizie. Son passati quarant'anni, ma la forza evocativa e l'impatto visivo di questo allestimento non appaiono sminuiti. Né passano di moda le fluide coreografie originali, riprese da Giovanni Di Cicco con il Nuovo Balletto di Toscana.


La musicale funziona davvero. A cominciare dal direttore

La direzione di Riccardo Frizza, innanzitutto: approfondita, raffinata, mai debordante neppure nel clamore del trionfo. Propensa anzi a lasciarsi andare al più nobile e misurato lirismo. E poi incline ad un andamento squisitamente narrativo, alla cura dei dettagli orchestrali, alla varietà di colori, all'accorto sostegno dei cantanti, con un'orchestra e un coro portati per mano, e spinti al massimo delle loro potenzialità.

Un cast ben costruito

Roberta Mantegna è una buona Aida - personaggio che affronta per la prima volta – sia in voce sia in scena, pur se un timbro leggermente nasale sminuisce un po' la limpidezza del metallo. Innegabili nondimeno la forza scenica, la fluidità d'accento, l'abilità nei portamenti e nei legati. Francesco Meli rivela subito l'intelligenza dell'interprete: «Se quel guerrier» viene cantato piano, quasi a parte – giusto, è un riflettere tra sé e sé – e solo dopo lo squillo degli ottoni s'innalza la bella colonna di fiato, luminosa e limpida, ad esplodere nella sua potenza. Il resto è un dipanarsi di esemplare fraseggiare, di giuste sfumature, di acuti timbratissimi e legati d'eccellenza, miscelando insieme aristocratica eleganza e virile impulsività.



Amneris tocca a Irene Roberts, timbro mezzosopranile tendente un po' al chiaro, altro debutto in ruolo. Interpretativamente, rivela un temperamento vibrante e combattivo; e dispone di buoni mezzi vocali che permettono di costruire un personaggio completo, con tutte le nuances necessarie. Non manca di sicuro autorevolezza nell'Amonasro di Roberto Frontali, che però tende a forzare nell'accento, svilendone la nobiltà in «Ma tu, o Re» e l'intenerimento nel duetto con la figlia. Riccardo Zanellato è un Ramfis maestoso ed implacabile. Irreprensibili il Re di Mattia Denti, la Sacerdotessa di Rosanna Lo Greco, il Messaggero di Antonello Ceron. Particina spesso mal trattata, qui resa invece con precisione.

 

Visto il 16/05/2019
al teatro Gran Teatro La Fenice di Venezia (VE)

Aida
Lirica
Informazioni principali
Regista
Mauro Bolognini, Bapi Morassi
Protagonista
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Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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