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Lucinda Childs, una stella danzante nel cielo di Spoleto

Recensione:
LUCINDA CHILDS: A Portrait
LUCINDA CHILDS: A Portrait © MLaura Antonelli/AGF

Grande afflusso di pubblico al Teatro Romano per uno degli spettacoli più attesi del Festival dei due mondi: la retrospettiva di Lucinda Childs, coreografa newyorkese icona della danza postmoderna e minimalista.

Togliere per arricchire, far emergere, comunicare. Togliere come arte: il primo a insegnarcelo fu Michelangelo con le sue geniali sculture, e il parallelo tra scultura e danza è in fondo azzardato ma fertile come lo sono spesso i collegamenti tra discipline. Entrambe intese come studio, valorizzazione del corpo umano, ci riportano a declinazioni diverse della sua accezione: il volume plastico la prima, l'energia del movimento la seconda.

Di questa energia ha un'esperienza lunga una vita Lucinda Childs, acclamata coreografa americana in scena a Spoleto, che ci riporta con le sue coreografie minimali e perfette a una dimensione avanguardistica del balletto postmoderno.



Il poco, una strada per il meglio

Pochi movimenti, essenziali, puliti, limpidissimi, come increspature delle onde su un lago di alta montagna. Una scena in cui ogni elemento superfluo è stato rimosso, persino – paradosso dei teatri antichi – le pareti di scena sostituite dal cielo estivo, dall'abbraccio del pubblico lungo i gradoni dell'anfiteatro. Ballerini vestiti di bianco, uomini, donne, in abiti di scena minimali, comodi; un susseguirsi graduale sulla scena, sei coreografie che prendono vita.

Dai bellissimi esercizi di camminata sul palco, eseguiti in perfetto silenzio, Radial courses (esercizi utili e antichi quanto il teatro, trasversali a tutte le scienze di scena) alla coreografia Available light, di ben trentacinque anni fa, senza dimenticare lo strepitoso omaggio al Canto ostinato di Simeon ten Holt, splendido quadro in cui due coppie di ballerini si misurano sul palco in una serie di simmetrie, linee dritte e diagonali, pause e riprese, movimenti e stasi. Una cifra stilistica che pare accompagnare ogni coreografia e che in scena si ritrova applicata a tutte le formazioni di ballerini, da quelle più classiche a quattro o ad otto, a quelle in cui l'unicità del numero dispari, ad esempio sette, crea un bel gioco di asimmetrie e ritmi sincopati.



Il coraggio di togliere

A proseguire sul filone dei paragoni azzardati, viene in mente un'affinità tra Lucinda e un'altra donna innovatrice e geniale nel suo campo artistico: Coco Chanel. Come Coco, Lucinda toglie ai suoi ballerini le costrizioni di costumi di scena che li ingabbiano in un dato stereotipo del corpo. Come la stilista, la coreografa si assume il rischio di “tagliare” anche per la scena, scegliere una porzione di “tessuto artistico”, distaccarla dal resto del mondo, cucire su di essa un prodotto minimale e perfetto, semplice ma mai visto.

Si tratta di un gesto rivoluzionario: riappropriarsi della semplicità e restituirle il suo valore artistico, scegliere una comunicazione insatura, capace di generare suggestioni e rimandi, anche emotivi, nello spettatore, ma al contempo limpida e infallibile, come una stella polare, che ovviamente in questo contesto possiamo immaginare soltanto danzante.


Spettacolo: LUCINDA CHILDS: A Portrait
Visto al Teatro Romano di Spoleto.

 

Visto il 01/07/2018

Paola Malaspina

  Redattore

Sono nata a Genova e mi occupo di comunicazione istituzionale nella Pubblica Amministrazione; appassionata di ogni forma di scrittura - e di quella pe...

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