Una “Traviata” da esportazione chiude la stagione del Teatro Verdi di Trieste

Recensione:
"La Traviata"
"La Traviata" © Visualart

Curiose le vicende de La traviata che sigla la stagione 2017/2018 del Teatro Verdi di Trieste. L'allestimento annunciato doveva essere quello ormai storico ideato dallo scenografo Josef Svoboda e dal regista Henning Brockhaus: la famosa “Traviata degli specchi”. In previsione della tournée autunnale che vedrà il capolavoro verdiano portato in più città del Giappone, a ragion veduta si è adottato un allestimento meno complicato, affidato registicamente a Giulio Ciabatti e nel versante scenico ad Italo Grassi.

Il risultato visivo, nell'insieme, è alquanto scarno: due pareti girevoli ai lati, sfondi un po' neutri, pochi indispensabili oggetti d'arredo. Una pochezza quaresimale. Però almeno Ciabatti ha costruito una regia valida e stimolante: massima attenzione alla recitazione, cura meticolosa dei movimenti scenici, della gestualità degli interpreti, persino dei giochi di sguardi. Ed ha speso con intelligenza le asciutte coreografie di Guillermo Alan Berzins.

Turbinoso avvicendamento di protagoniste

Curiose vicende, s'è detto. Anche per il turbinio, durante le prove, di convocazioni per la parte di Violetta. Fatto sta che alla fine la coreana Hye Myung Kang è scivolata dal primo al secondo cast, mentre la turca Ayse Senogul è sparita dalla locandina: là dove sono subentrate già dalla prima Gilda Fiume e, per una sola recita Claudia Pavone. La giovanissima soprano salernitana ha debuttato come Violetta lo scorso gennaio a Treviso, Ferrara e Rovigo. Fatta franca la ridotta esperienza, possiede indubbi pregi: ottima preparazione tecnica, innata musicalità, un'emissione ora morbida ora cristallina, ed una intonazione impeccabile. Risultato: sicura presenza scenica, agilità risolte con eleganza e naturalezza.



Luciano Ganci, con la sua irruenza vocale sostenuta da un timbro gradevole e luminoso, crea un Alfredo dai tratti espansivi ed appassionati, che piace molto al pubblico. Gli sfuggono tuttavia certe mezze tinte, certe inflessioni sentimentali che darebbero più valore al suo personaggio. Filippo Polinelli deve dare vita a Germont padre: impresa che sfocia in una figura umana e credibile, sia nei momenti solistici che nel tempestoso duetto con Violetta, pur con qualche palese affaticamento finale. Mediocre la Flora di Isabel De Paoli, al pari del Gastone di Christian Collia; gli altri comprimari sono la brava Rinako Hara (Annina), Paolo Ciavarelli (Douphol), Dario Giorgelè (D'Obigny), Francesco Musinu (Grenvil), Dax Velenich (Giuseppe). Ottimale come al solito la prestazione del Coro preparato da Francesca Tosi.

Un direttore al top

Il direttore spagnolo Pedro Halffter Cario dialoga a meraviglia con gli interpreti, sostenendoli con indubitabile maestria. L'obiettivo, inseguito e raggiunto, è massimo affiatamento e bel gioco di squadra. Sceglie poi con cura la tavolozza dei colori e la gamma delle dinamiche, ma senza pesarle troppo col bilancino: così, tra vitalità di contrasti e rapinosi stacchi melodici, consegna una lettura assai espressiva, ardente nel carattere e dall'avvincente fluire drammatico. L'Orchestra del Verdi risponde con bella precisione in ogni sezione, e con un profondo respiro sinfonico.


Spettacolo:
Visto al Teatro Verdi di Trieste

 

Visto il 24/06/2018

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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