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Una Parigi art nouveau per la “Traviata” di Palermo

Recensione:
La Traviata
La Traviata © Rosellina Garbo

Il Teatro Massimo riprende un fortunato allestimento de La Traviata dominato dalle volute morbide ed eleganti dello stile Liberty; applauditissima Ruth Iniesta, al debutto nei panni di Violetta.

La passione come assoluto

L’amore provato da Violetta per Alfredo fa apparire meschini, imperfetti e perfino puerili i sentimenti che di norma è dato conoscere nella dimensione prosaica dell’esistenza quotidiana. È un’esperienza totalizzante che si impone con la forza ineluttabile della necessità, che pervade il cuore, la mente e il corpo stesso della protagonista e che la spinge al sacrificio supremo della rinuncia attraverso il sentiero penoso dell’infamia.

La voce chiamata a raccontare una vicenda così radicale e tragica deve possedere molte e diverse tinte entro una gamma che ha per estremi, da una parte, il luccichio di una disperata frivolezza e, dall’altra, la rarefatta asciuttezza della trasfigurazione. Ruth Iniesta possiede molte di queste sfumature e le governa magistralmente per mezzo di un’intonazione perfetta, di una tecnica impeccabile e di un fraseggio finemente cesellato. Il soprano spagnolo costruisce la sua prima Violetta con entusiasmo e rigore; la prova sicura e toccante offerta al pubblico palermitano è già di ottimo livello, ma diverrà ancora più incisiva quando acquisterà uno spessore maggiore e risonanze più scure.

Germont padre e figlio

Francesco Castoro ha la voce giusta per Alfredo, eppure alla sua performance manca qualcosa. Non il timbro (che è bello), non il volume (che è pieno); forse la sicurezza? La sua interpretazione è come trattenuta, prudente e perciò a tratti rinunciataria; vi si intuiscono potenzialità notevoli che attendono di giungere a maturazione per dare frutti succosi. L’auspicio è che il suo prossimo Alfredo osi di più, abbia più slancio, più disinvoltura, più coraggio.

Badral Chuluunbaatar, dotato di un colore assai interessante, canta con vigore talvolta eccessivo. Il suo Giorgio Germont è monocromo, preciso ma privo di chiaroscuro; nel secondo atto, in particolare, risulta un po’ ingombrante, tanto da condizionare la Iniesta che nell’interagire con lui incorre in qualche appiattimento.

Atmosfere Liberty

Sui palcoscenici italiani è raro imbattersi in una Traviata ‘sperimentale’. Quasi tutti gli allestimenti optano per soluzioni più o meno tradizionali, forse perché con un’opera così la novità può risultare superflua (per riempire la sala basta il richiamo del titolo celeberrimo) o, peggio, rischiosa (il pubblico potrebbe non gradire...). La messinscena del Massimo non si discosta dalla media e si limita a trasportare l’epoca dell’azione alla fine del XIX secolo. Lo stile floreale caratterizza tanto l’insieme quanto i dettagli, ma Francesco Zito (che firma anche i costumi) e Antonella Conte lo declinano in chiave prevalentemente cupa, in linea con il destino della protagonista che risulta segnato sin dai malori patiti nella festa d’apertura.

La regia di Mario Pontiggia (ripresa da Angelica Dettori) si muove lungo direttrici convenzionali, disponendo individui e masse con appropriatezza, gusto e senso delle proporzioni. Di gran pregio è l’inserto coreutico del secondo atto affidato al vigore e alla grazia di Gaetano La Mantia e Monica Piazza.

Una bacchetta efficace

Alberto Maniaci, che gioca in casa, offre una lettura più che convincente del capolavoro verdiano. Affonda il pedale quando si tratta di rappresentare la pienezza travolgente della passione, ma sa anche assottigliare ad arte le sonorità, specialmente nel terzo atto, attraversato con garbo e pudore.
L’orchestra del Massimo suona con esattezza; buono anche il contributo del coro. La sala si appassiona e si commuove: Traviata è sempre Traviata.

 

Visto il 25/09/2019

Lucio Tufano

  Redattore

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