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Teatro

Wonderland, lavoro provvisorio e ridondante

Wonderland, lavoro provvisorio e ridondante

Non tutto si tiene in questo Wonderland di Matthew Lenton, atteso ritorno del drammaturgo scozzese al Napoli Teatro Festival Italia; prova ne sia l'applauso breve e svogliato del pubblico, che pure era accorso a riempire la platea e i palchi accessibili del Sannazaro, tollerando il caldo disagevole del piccolo teatro di via Chiaia. Erano molto elevate le aspettative per il nuovo lavoro della compagnia Vanishing point, dopo il delizioso Interiors visto al Festival di due anni fa; ed anche allora il caldo era stato insopportabile nella piccola sala all'italiana, ma la limpidezza e l'arguzia di quella drammaturgia avevano conquistato gli spettatori e lenito gli effetti dell’infelice aerazione.

Tema centrale di questo lavoro è un viaggio simbolico nella sessualità occulta dell’individuo, quel grumo di desideri oscuri non conformati dal linguaggio – e perciò soggetti soltanto al giudizio del super-ego – che possono nascondersi nelle viscere di qualsiasi soggetto socialmente ordinario. Il richiamo alla favola di Carroll e l’immediata apparizione di un coniglio bianco sulla scena istituiscono una facile struttura metaforica: come nella celebre favola di Alice il Bianconiglio conduce la protagonista attraverso la porta di un mondo sotterraneo, dominato da logiche e valori rovesciati rispetto a quelli che vigono in superficie e che mantengono l’ordine sociale, così in Wonderland il coniglio antropomorfo è la guida psico-spirituale che conduce uno dei protagonisti negli abissi del proprio inconscio, spingendolo ad osare ciò che l’autocensura e l’ipnosi del quieto vivere domestico avrebbero impedito per l’intera esistenza. Naturalmente l’esperienza, che inizia attraverso una webcam con un gioco di dominazione simbolica, si rivela inarrestabile, il desiderio pretende di salire d’intensità, la perdita del controllo conduce alla pulsione criminale e quindi all’epilogo tragico.

Si tratta di un tema largamente conosciuto alla letteratura e al cinema degli ultimi trent’anni, qui riproposto nel linguaggio stilizzato di Lenton, che assume come vincolo formale l’assunzione di uno spazio di osservazione isolato da una quarta parete di vetro, attraverso cui il pubblico “spia” il protagonista nella sua banale vicenda domestica. Ma questa organizzazione dello spazio – in Interiors elemento fondante della drammaturgia, che forzava il testo scenico a produrre senso nell’assenza stringente di testo verbale, complicando fruttuosamente il rapporto fra lo spettatore e la scena – appare stavolta come puro esercizio scenografico, non caratterizzante e non necessario. Non c’è parola negata allo spettatore, e non c’è necessità di ricostruire i nessi del senso, perché – anzi – tutto è verbalizzato, dichiarato, esplicitato; e persino l’abisso in cui l’autore cala il suo personaggio ha forme e percorsi prevedibili.

La sessualità viene trattata chiaramente senza sovraccarico morale: non è la materia in sé a guidare l’uomo verso la distruzione, ma il risveglio di un mondo emotivo represso e trascurato, la condizione di quotidiana alienazione da sé che all’improvviso non sta più in equilibrio. A questo scopo varrebbe la pena di rivedere alcuni elementi che declinano verso una lettura troppo conformista delle vicende umane – non una pura tassonomia del reale – come l’insistita opposizione maschio/femmina: sono maschi tutti i protagonisti del desiderio, i decisori delle dinamiche a sfondo sessuale, e sono femmine tutte le vittime della volontà (o della mancata volontà) altrui.

La regia dello stesso Lenton punta argutamente ad offrire un racconto stilisticamente minimale, azzerato quasi del tutto sul piano emotivo – se non fosse per le maschere disperate e mostruose che a tratti vengono proiettate sullo sfondo della scena come svelamenti di verità invisibili – con una conduzione accurata e pulita dei movimenti, delle voci, delle situazioni sceniche, tutti allineati alla precisione rassicurante di un testo fiabesco. Ma l'opposizione tra l'innocenza della fiaba e la crudezza adulta della narrazione è strategia troppo consumata per generare ancora una volta scintille di senso ulteriore.

Vale infine la pena di sottolineare che all’equilibrio generale del testo sarebbe utile un accurato lavoro di sottrazione e di asciugatura: non solo per le ridondanze e gli eccessi di esplicitazione, ma proprio per ricondurre questo lavoro – se possibile – alla poetica felice dell’allusione, dell’intuizione, del silenzio.

Edgardo Bellini

  Redattore

Appassionato e studioso di teatro, scrive su teatro.it dal 2006 interessandosi soprattutto al teatro contemporaneo e alle scritture del presente. A...

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