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Teatro

Un Lutero senza Dio

Al Piccolo Bellini di Napoli lo spettacolo "Le 95 tesi", finanziato coi fondi pubblici del Piano Locale Giovani. Una recensione approfondita che vuole essere un punto di partenza per far conoscere questo interessante e innovativo esperimento produttivo.

Un Lutero senza Dio

Nel 1518, per le nozze del nipote Lorenzo, Duca d’Urbino, con Madeleine de La Tour d’Auvergne, Papa Leone X, al secolo Giovanni di Lorenzo de’ Medici, commissionò al giovane Raffaello Sanzio un suo ritratto da poter inviare ai futuri sposi come pegno per la sua inevitabile assenza alle nozze. Un prezioso segno d’affetto, ma, soprattutto, una sorta di simulacro bidimensionale del papa stesso. È un documento unico questa tela, non solo in quanto ci istruisce sulla crescita artistica di Raffaello nell’ambito della ritrattistica rinascimentale, ma perché ci dice molto del carattere di Giovanni a quel tempo, di come voleva apparire, dell’immagine che voleva dare di sé al mondo. Il ritratto è molto realistico, il papa è tessuto di un pingue, roseo incarnato, un velo di barba ombreggia la pelle della guancia sinistra e del mento, lo sguardo è quello intenso e vagamente appesantito dalle occhiaie dello studioso; esso è proiettato verso un punto imprecisato della stanza, forse, non è da escludersi, ha appena scorto la sagoma di uno stitico, cocciuto, teutonico agostiniano che armeggia intorno all’ortodossia cattolica e prepara l’unificazione della nazione tedesca.

Nello spettacolo di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo, Le 95 tesi - Una storia di Lutero, questo papa mecenate e mondano, amante dell’arte e dello sfarzo, campione di estremo trasformismo politico, è rappresentato, inopinatamente, come un giocatore di basket. Il nostro Leone X in canotta, short e scarpe da pallacanestro suda copiosamente palleggiando avanti e indietro sul palcoscenico. Si allena duramente per sostenere l’epico scontro con il fraticello di Eisleben, probabilmente, oppure si abbandona alle sue passioni, ai suoi hobbies, con “sfrenato” disinteresse. La scena in questione, in realtà, non fa altro che attualizzare, o meglio liberamente rileggere, in maniera quantomeno discutibile, il testo di Osborne nel quale il papa fa il suo ingresso in scena vestito con un sontuoso abito da caccia e stivaloni e, mentre ascolta il Ciambellano leggergli la supplica del riottoso frate tedesco, giocherella distrattamente con un uccellino.

Il testo di Osborne del ’64, del resto, è pienamente rintracciabile nella tessitura dialogica dello spettacolo di Teatro in Fabula. Il Lutero dell’autore inglese, dolorosamente introspettivo, afflitto da crampi fisici e morali, ossessionato dalla ricerca teoretica, da una verità che sempre più assume i connotati di un morbo, una ulcerazione dell’anima, una piaga dello spirito, è, con compassata bravura, interpretato dal talentuoso Antonio Piccolo. Il conflitto tra Martin e suo padre, che assume un certo rilievo nel testo di Osborne – in ragione, forse, di edipiche inferenze, ma soprattutto per evidenziare il contrasto tra l’astratto umanesimo teologico di Lutero e la scabra, ruvida concretezza del lavoro secolare – nello spettacolo di Cerrone viene riassorbito, invece, nel più ampio contesto del conflitto tra Martino e la comunità dei monaci agostiniani di Erfurt. Sono, infatti, le battute del padre di Martino, Hans, che un anonimo frate pronuncia durante il piccolo, crudele processo domestico a cui viene sottoposto il povero Lutero al termine della sua prima messa da ordinato. L’acrimonioso confratello (un istrionico Sergio del Prete) si scaglia su Martino mettendolo di fronte alla sintomatica afasia che lo ha colpito durante il rituale eucaristico: “What was that bit, Martin, what was It?” (Luther I, 3); la domanda è scagliata come una lancia nel costato di Lutero che, con lucido autolesionismo, ripete ad alta voce il brano del rituale che lo ha messo in crisi. È un passaggio fondamentale questo, perché in poche, icastiche battute ci viene dischiuso l’autentico busillis esistenziale di Lutero: egli è perfettamente in grado di discernere il messaggio divino celato nelle sacre scritture, ma non è capace, a quanto pare, di parlare con Dio come uno dei tanti personaggi bernanosiani.

Johann Tetzel, ciarlatano dell’Ordo Praedicatorum al soldo dell’Hohenzollern e nero vessillo della corruzione ecclesiastica del XVI secolo – sarà difatti questo grossolano frate a predicare nei territori tedeschi la redenzione delle anime a mezzo della vendita delle indulgenze - è raffigurato anch’egli da un incontenibile (e forse a tratti manieroso) Sergio del Prete che, con una giacca di tait nera cosparsa di lettere di indulgenza sigillate dal tau (l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico e simbolo di redenzione Ez. 9,4), da navigato imbonitore espone i miracolosi effetti delle sacre missive. Alessandro Paschitto incarna con convinzione, tuttavia anch’essa minata da troppa libertà interpretativa, una delle tante luciferine propaggini del potere pontificio, nella fattispecie il Cardinale Caietano, al secolo Tommaso de Vio.

La storia di Lutero rivive in questa parabola scenica priva ancora di una sua organica identità. Il gruppo di attori in scena è troppo spesso, come si è già sottolineato, abbandonato a se stesso, privo di una solida direzione; la macchina spettacolare, troppo frequentemente, mostra ingranaggi che girano a vuoto, trascinati ciecamente da mero istinto cinetico. Ciononostante, Le 95 tesi è un lavoro che può ancora crescere e non nasconde i semi di una futura, vigorosa autorialità. Si tratta, inoltre, del risultato di un interessante e innovativo esperimento produttivo, una sublime anomalia nella matrice malata della società dello spettacolo; difatti, il lavoro di Teatro in Fabula è stato possibile grazie a un finanziamento del Comune di Napoli. Quest’ultimo ha promosso un bando per selezionare il progetto di un collettivo di giovani teatranti da poter sostenere. Ebbene sì, il Vesuvio continua il suo incandescente mutismo, Obama è ancora presidente, lo screziato globo terracqueo non ha invertito la sua rotta; ciononostante qualcosa si muove, qualcosa emerge a fatica dalla mota della kafkiana burocrazia e si trascina dietro i giovani e il teatro, il che non è affatto trascurabile.

Lo spettacolo è andato in scena al Piccolo Bellini di Napoli il 27 di gennaio, in una speciale soirée dedicata alla stampa e ad alcune personalità di spicco della vita politica e culturale partenopea tra cui il sindaco De Magistris.

 

Edgardo Bellini

  Redattore

Appassionato e studioso di teatro, scrive su teatro.it dal 2006 interessandosi soprattutto al teatro contemporaneo e alle scritture del presente. A...

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