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Teatro

SPECIALE NTFI 2014: Un superbo «Sindaco» fra Eduardo e Pirandello

SPECIALE NTFI 2014: Un superbo «Sindaco» fra Eduardo e Pirandello

La prima rappresentazione del Sindaco del rione Sanità è del 1960. A quell'epoca Eduardo aveva già messo in scena una cinquantina di lavori e la sua scrittura, più cupa e pessimistica di quella degli esordi, aveva acquisito risonanze con la contemporanea drammaturgia internazionale. L’ammirazione per Pirandello, che Eduardo conobbe a metà degli anni Trenta, e con cui ebbe un breve sodalizio artistico, fu anch’essa un fattore che segnò in qualche modo l’evoluzione della drammaturgia eduardiana.

Ed è appunto all'influenza pirandelliana che fa pensare la rigorosa messa in scena di Mario Sciaccaluga per il Napoli Teatro Festival: un allestimento che accentua i colori del conflitto e dell’inquietudine sin dalla scenografia, essenziale come un interno borghese, in aperta infrazione delle indicazioni del testo che prescrive invece una stanza «con oggetti vistosi e mobili massicci», più coerente con l’ambientazione popolare della storia. Ma attraverso una parziale sterilizzazione dell’elemento ambientale la messa in scena si distacca dal puro elemento diegetico, e il tema centrale dell’opera acquista allora una dimensione più assoluta: non si tratta soltanto del contrasto fra le norme del diritto e il diverso sentire di una piccola comunità chiusa, ma del più generale conflitto fra la giustizia e la legge. Naturalmente la doppia scala di lettura è già presente nel testo stesso; la regia decide di spostare in primo piano il livello allegorico, prediligendo un’esecuzione viva e presente a una messa in scena tradizionale e celebrativa.

Una simile impostazione di regia – in parte contraddetta dalla scelta un po’ troppo convenzionale di alcuni costumi – rende allora meno rilevante qualche imperfezione nella pronuncia del dialetto, come la marcatura inesatta di alcune vocali desinenziali, che pure non sfugge all’orecchio dello spettatore napoletano: l’operazione di Sciaccaluga, come si è detto, non è né filologica né commemorativa, ma lavoro di acuta esplorazione del rovente portato drammatico che il lavoro di Eduardo contiene. In questo senso sembra di poter leggere l’adozione del breve prologo in cui il protagonista annuncia la propria morte, un insolito tratto “epico” che suggerisce un approccio meditato alla messa in scena, di segno opposto rispetto all'ambiguo esordio in medias res previsto dalla scrittura eduardiana.

Non si può non considerare la temerarietà della scelta di mettere in scena questo testo nel luogo – il teatro San Ferdinando – in cui pochi anni prima della morte fu rappresentato dallo stesso Eduardo. Una sfida intellettuale che viene affrontata con superba padronanza da Eros Pagni, autore di un’interpretazione magnifica, che costruisce il personaggio di Antonio Barracano coi colori fermi e netti di un monarca shakespeariano. Naturalmente Pagni si guarda bene dal ricalcare la recitazione di Eduardo (un cliché che purtroppo flagella altre messe in scena, anche importanti) e disegna un protagonista ben più scuro e tagliente di quello che, ad esempio, Eduardo stesso aveva affidato a una registrazione televisiva del 1979.

Tutta la compagnia – in larga parte costituita da giovani attori napoletani di buon livello – misura la propria esecuzione intorno alla straordinaria potenza ieratica di Pagni: in alcuni tratti l’ampiezza sonora del protagonista segna uno scarto piuttosto netto con la sonorità degli interlocutori. Anche l’ottimo Federico Vanni, deciso e convincente nel ruolo dell’antagonista, il dottore Della Ragione, deve spingere qualche volta la voce per sostenere l’energia del conflitto con Barracano. Fra gli altri attori segnaliamo per tutti la notevole prova di Orlando Cinque, un Rafiluccio tormentato e dignitoso, di Maria Basile, un’Armida ingenua e divertente, e di Rosario Giglio nei panni del Cuozzo, che con un efficace lavoro di mimica e di sguardi si trasforma abilmente da vittima a traditore.

Un’ultima parola va spesa sul pubblico. Sembra inconcepibile che nel volgere di un paio d’ore, tanto dura la messa in scena, si siano uditi in sala almeno sette squilli di cellulare, malinconico segno della vacuità con cui certa gente va a teatro. E passi pure che in qualche caso l’aridità dello spirito tramuti l’evento della scena in pura occasione mondana, da trascorrere con la stessa annoiata indifferenza di una serata di ramino; ma santiddio, la tenuta minima delle regole di convivenza civile imporrebbe che i telefoni cellulari fossero spenti – non silenziati: spenti! – prima di accedere allo spazio teatrale. Fra le responsabilità del teatro e di chi lo governa c’è anche quella di alimentare il senso etico ed estetico della comunità; si prenda in considerazione l’idea di schermare le sale teatrali, o di trovare un qualsiasi altro rimedio, prima che l’abbrutimento civile e morale prenda il sopravvento anche a teatro.

Edgardo Bellini

  Redattore

Appassionato e studioso di teatro, scrive su teatro.it dal 2006 interessandosi soprattutto al teatro contemporaneo e alle scritture del presente. A...

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