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Teatro

Ritorna in vita ad Innsbruck un perduto melodramma seicentesco.

I vincitori e i finalisti del "Gesangswettbewerbs fur Barockoper" intitolato a P.A.Cesti, usciti dall'edizione 2015, hanno dato nuova vita alle sue "Le nozze in sogno", un'opera dimenticata da 350 anni negli archivi.

Ritorna in vita ad Innsbruck un perduto melodramma seicentesco.

Erede di Claudio Monteverdi e diretto concorrente di Francesco Cavalli, Pietro Antonio Cesti proseguì sulla strada aperta dal grande cremonese contribuendo a dare un personale e significativo contributo al fiorente genere del melodramma; genere che nelle sue creazioni, divergendo dagli indirizzi della scuola veneziana, vide attribuire una sempre maggiore importanza delle arie sui recitativi, e quindi una crescente rilevanza alla componente musicale rispetto a quella drammatica. Pur vestendo l'abito talare, fu maestro di cappella, compositore e persino cantante: inserito nella migliore società del tempo, era insomma un personaggio poliedrico, la cui rinomanza artistica e le influenti amicizie gli guadagnarono l'incarico di kappelmeister, alle dipendenze dell'arciduca Ferdinando Carlo in Innsbruck. Un ruolo importante per la diffusione della civiltà musicale italiana, che Cesti svolse in due distinti periodi: dal 1652 al 1657, e poi dal 1662 al 1665, organizzando la vita musicale di quella corte e rappresentandovi anche alcune sue opere che – come Argia, L'Orontea, La Dori, La magnanimità d'Alessandrio – ebbero ampia circolazione europea per gli anni a venire. La stessa diffusione che ebbero peraltro anche altri suoi melodrammi rappresentati a Venezia e presso la corte austriaca in Vienna, città dove dal 1665 al 1667, lasciata Innsbruck dopo la morte del protettore, Cesti lavorò per Leopoldo I d'Asburgo. Qui videro la luce Le disgrazie d'amore, Semiramide, La Germania esultante e soprattutto Il pomo d'oro, uno degli apici ideali del teatro musicale barocco.

La considerevole circolazione dei suoi melodrammi è testimoniata anche da una antica partitura manoscritta anonima conservata a Parigi, che solo qualche anno fa è stata ricongiunta dopo attenti studi ad un libretto a stampa di Pietro Susini, ravvisandovi quelle Nozze in sogno, “dramma civile” - nei fatti, una commedia di caratteri ed intrecci amorosi - rappresentato dal compositore aretino nel 1665 presso la fiorentina Accademia de' Signori Infuocati, e le cui tracce si erano perdute nel tempo.
Preso atto di un recupero fortunato quanto inaspettato, Le nozze in sogno sono state al centro dell'edizione 2015 del Gesangwettbewerb für Barockoper, il concorso vocale intitolato proprio a Cesti; scelta presa in vista di queste tre rappresentazioni del lavoro che – nell'ambito delle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik 2016 - sono state dedicate alla memoria di Alan Curtis, spentosi un anno fa nella sua casa di Firenze, e che insieme a Alessandro Bares ne aveva curato l'edizione critica.

Così ad Innsbruck, dopo 350 anni di oblio questo melodramma ha ripreso vita per noi. Rivelando a dire il vero scarse qualità drammaturgiche, dato che il testo di Susini si limita a riprendere fiaccamente ben noti canovacci della Commedia dell'Arte: una doppia coppia di giovani amanti che faticano a coronare il loro sogno d'amore (Flammiro e Lucinda, Lelio ed Emilia), una coppia di vecchi un po' laidi (Teodoro e Pancrazio, e come di solito accade uno promette all'altro in sposa la giovane pupilla), due servitori più o meno scaltri (Fronzo e Scorbio), un'anziana balia (Filandra, ruolo buffo tradizionalmente en travesti) ed un mercante ebreo, Ser Mosè. Uno spunto d'originalità è che questo divertissement seicentesco, ambientato tra i traffici commerciali di Livorno, prende il via con Flammiro che rientra da teatro, dove pur d'incontrare la sua bella ha accettato di recitare nelle vesti femminili di Celia. Di qui l'equivoco di Lelio, che prende a corteggiarlo scoprendo solo molto più tardi la verità. Per sciogliere ogni impedimento Pancrazio, Teodoro e Fronzo vengono drogati da Scorbio con del vino, così che storditi e intimoriti da bizzarre visioni – sono gli altri personaggi in maschera, come nel finale di Falstaff - i due vegliardi acconsentono a firmare l'assenso alle nozze dei quattro giovani.

Deboli le qualità letterarie, ragguardevoli invece quelle musicali de Le nozze in sogno, dato che la partitura appare molto fantasiosa, con pagine interne assai variate nella loro struttura, generosa di colori e di spunti originali; insomma, riluce di vita propria; e la strumentazione proposta dall'edizione critica appare ben variata e stilisticamente appropriata. Tre gemme per tutte: il «Pur sei tu, mio Flammiro» della giovane Lucinda al primo atto, che nella sua complessa articolazione (arioso/aria lenta/aria veloce/arioso/inciso strumentale/aria veloce), ricca di contrasti melodici e scarti ritmici, è un portento di varietà espressiva, caratteristica comune peraltro anche ad altre scene; l'immediatezza di «Chiangiu lu iurnu e poi la notti», strampalata serenata vernacolare del vecchio Pancrazio, preceduta dalla comica aria «Padron mio, gli è raffreddato» accompagnata dall'insolito timbro della dulciana; ed il pacato andamento del duetto tra Filandra e Scorbio «Un sogno è la vita, un sonno è la morte» dall'onirica, ed affascinante melodia.

L'allestimento faceva perno sul piccolo ma nondimeno assai funzionale Ensamble Innsbruck Barock diretto da Enrico Onofri: compagine composta da due violini, violoncello e violone, cembalo, arpa, due blockflöte, una dulciana e ben tre tiorbe. L'accorta e flessuosa concertazione di Onofri – che all'intensa attività di violino solista ha da qualche tempo affiancato anche quella di cantante e di direttore - rivela la profonda conoscenza del repertorio barocco, che per lui non ha certo segreti; ed il risultato finale della sua guida musicale determina un'efficace articolazione espressiva ed una buona varietà di tinte strumentali.

in più il maestro ravennate poteva contare su un cast ben organizzato e convinto, composto in massima parte da finalisti o vincitori del concorso Cesti dell'anno scorso: tutti molto giovani, ovviamente, qualcuno già in avvio di carriera; e quasi tutti all'altezza del compito assegnato. Quasi tutti, perché qualche riserva va allo stridulo controtenore ucraino Kostantin Derri, in difficoltà forse perché gli viene affidata una parte – il ruolo del servo Scorbio -  spinta ad un falsetto acuto non congeniale ai suoi mezzi; molto più a suo agio nella tessitura assegnata dalla partitura cestiana l'altro controtenore, il venezuelano Rodrigo Sousa Dal Pozzo, che disegna con franca eleganza il suo amoroso Flammiro. La nostra Arianna Venditelli cesella con morbida sensualità vocale la figura della trepidante Lucinda; canto nobile e voluttuoso anche nell'Emilia interpretata dal mezzosoprano russo Yulia Sokolik. Vocalmente irreprensibile e garbato nella recitazione il Lelio del tenore inglese Bradly Smith; il tenore spagnolo Francisco Fernández-Rueda infonde conveniente comicità alla scoppiettante macchietta della vecchia Filandra. La coppia dei due vecchi babbioni (Pancrazio e Teodoro) è ben tratteggiata, con saporito e calibrato umorismo, da Rocco Cavalluzzi e Jeffrey Francis, quest'ultimo incaricato anche del breve intervento di Mosé; il baritono bavarese Ludwig Obst è uno spassoso Fronzo, lestofante dalla curiosa veste piratesca.

Quest'ultima annotazione ci introduce alla  parte visiva di questo spettacolo, affidata alla vivacissima regia di Alessio Pizzech, che dopo un avvio forse discutibile – presentare la falsa Celia come una equivoca drag queen che si è appena esibita in discoteca, con una base musicale techno – per fortuna prende subito reale consistenza e procede sciolta e spedita, con spunti e trovate azzeccate. Molti e divertenti suggerimenti che, a ben vedere, ricordano tutta la grande tradizione italiana del teatro di farsa, come quella di piazzare i tre gabbati – Pancrazio, Teodoro e Fronzo – dentro tre carrozzine, con cuffietta e biberon, rimbambiti (nel vero senso della parola) dal narcotico loro somministrato. Aiutano molto l'immaginazione, in questo stimolante recupero di un testo musicale così antico, i fantasiosi e fiammanti costumi di Davide Amadei, cui si deve pure l'ideazione della scena, occupata in gran parte da cataste di casse di legno – siamo a Livorno, esteso emporio dove le merci vanno e vengono senza sosta – dalle quali entrano ed escono i personaggi, e che aprendosi allo spettatore rivelano l'alcova di Lucinda, o la sartoria di Filandra; mentre ad un barcone bianco ed azzurro accoglie in primo piano la piccola orchestra.


(spettacolo visto il 19 agosto 2016 nella Innenhof della Facoltà di Teologia in Innsbruck)
 

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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