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Teatro

Lubiana, La Bohéme di Puccini al Teatro Nazionale

Il capolavoro pucciniano nella versione dello SNG Opera in Ballet, il maggiore teatro lirico sloveno.

 Lubiana, La Bohéme di Puccini al Teatro Nazionale

Lunga è la tradizione delle esecuzioni di La bohéme nella capitale slovena. La prima già nel 1898, dunque a soli due anni dalla creazione del capolavoro di Puccini al Teatro Regio di Torino, con una compagnia di cantanti tedeschi; la seconda nel 1903, con un cast stavolta tutto di artisti sloveni.

Da allora, ben altri quattordici diversi allestimenti si sono succeduti sulle scene lubianesi, l'ultimo dei quali presentato al Teatro Nazionale Sloveno nel 2006; ed è quello ripreso nell'attuale stagione di spettacoli, ed al quale abbiamo potuto assistere nell'avvicinarsi delle feste natalizie del 2016. Allestimento un po' bizzarro per le scelte registiche e visive, a dire il vero, che alterna momenti molto tradizionali, come nella spoglia soffitta arredata con le solite cose: cioè un letto, un tavolo, un grande cavalletto da pittore, l'indispensabile stufa di ghisa. Oppure di taglio decisamente minimalistico, nell'atto della Barriera d'Enfer dove solo grandi cumuli di neve dominano la scena, e le contadine e gli spazzini sembrano quasi spettri evocati da un Parpignol dall'apparenza di tetro stregone. I costumi dei protagonisti, tra l'altro, sono disegnati da Alenka Barti in maniera da collocare idealmente la vicenda proprio verso fine Ottocento.

La fantasia del regista Vinko Möderndorfer e l'inventiva dello scenografo Marko Japeli si scatenano invece nel quadro del Café Momus, tra le vie di Parigi: dove siamo messi invece di fronte ad un teatrino con i palchi occupati da grandi pupazzi, vestiti con abiti sgargianti e vagamente seicenteschi, che cantano e si muovono con scatti a suon di musica, mentre davanti Mimì, Rodolfo ed i loro amici siedono tranquillamente al loro tavolo. E Alcindoro entra in scena in carrozzella, accompagnando una Musetta tutta abbigliata di rosso. Non c'è l'aria di festa per le vie del Quartier Latino, non c'è la folla che passeggia chiacchierando, non ci sono i ragazzini che reclamano il dono di un giocattolo, non viene proposto neppure il passaggio finale della fanfara. In realtà, c'è un filo conduttore che collega questa scena alle altre, ed è quello delle due marionette, un uomo ed una donna, che appaiono subito ad inizio d'opera, seguendo Parpignol, un lugubre venditore che espone nel suo carretto solo coloriti bambolotti. Sono l'immagine idealizzata di Mimì e Rodolfo, evidentemente: Lei, nel terzo quadro viene platealmente rifiutata da Lui, che le infligge persino un fatale colpo di spada. E mentre nella soffitta tra i tetti di Parigi scende il gelo della morte, Lui si accoda di nuovo a Parpignol recando in braccio l'amata ormai esanime. Con queste tre figure in primo piano, la commovente scena finale a mio parere risulta sciupata: e quanto tutto questo possa giovare al libretto de La bohème, è tutto da dimostrare. Quella proposta da Möderndorfer è in definitiva un'invenzione – l'intreccio tra un simbolico mondo di colorite marionette e quello realistico dove agiscono i nostri bohémiens – che risente di una estetica spiccatamente espressionistica, ancora in voga tra certi registi che vogliono stupire a tutti i costi, anche dove non serve; e quindi molto, ma molto sopra le righe. Un'invenzione che desta in chi Puccini ben lo conosce, oltre che un certo sconcerto, anche un senso di fastidio e di inutilità.

Ma la musica, per fortuna, salva lo spettacolo ed assolve anche questi peccati. Non solo perché è la musica di Puccini, ma anche perché abbiamo trovato al Teatro Nazionale una compagnia dai molti pregi. Primo, tutti hanno assetti vocali pertinenti al ruolo, cosa non sempre scontata; poi, sono ben affiatati fra loro e – cosa molto bella in un'opera così “corale” - tutti cantano e recitano con scioletzza e convinzione (ed in ottimo italiano) dando pieno senso ad ogni parola.
Il soprano croato Martina Zadro è un'interprete molto intelligente, e così il personaggio di Mimì viene gestito con notevole espressività scenica. Il suo fraseggio è sempre ben rifinito, la ricerca dei chiaroscuri accurata; però l'emissione di voce, che risulta un pochino asciutta, non è molto prodiga di bellezza timbrica, né di calda espansività: due caratteristiche indispensabili per rendere la tenera affettuosità della gaia ricamatrice parigina. E quindi in «Si. Mi chiamano Mimì», come poi in «D'onde lieta uscì» nel duetto alla Barriera, ed infine nel commovente duetto con l'amante, aperto da «Sono andati? Fingevo di dormire», manca in qualche momento una plausibile corrispondenza tra voce e parte.
Branko Robinšak aveva già cantato come Josè nella Carmen della sera precedente, da noi pure commentata; nondimeno si è presentato di nuovo in palcoscenico, ora negli abiti di Rodolfo. Non piccola fatica questa, a dire il vero; ma per chi, come lui, pare avere una generosa riserva di fiato, una invidiabile freschezza di voce dopo anni di carriera, e sopra tutto una tecnica ben solida, l'impegno è stato risolto senza troppi problemi. Intanto, ecco un Rodolfo che non fa il galletto macho, ma che si muove con ingenua e goffa galanteria, da giovanotto ancor sognante; e già per questo è un piacere vederlo agire in scena. Tanto per dire: «Che gelida manina» sembra un po' levitare in aria, per la sua espressiva dolcezza, sostenuta com'è da un fraseggio elegante ed espressivo, e con un gioco di tinteggiature ammirevole. E comunque tutto il resto dell'opera viene condotto dal bravo tenore sloveno con buona articolazione vocale, squillo facile, fraseggiare morbido ed affettuoso, elegante accentazione, e con un'emissione ferma e ben intonata. Anche un vero interprete, cioè, più che semplicemente un bravo tenore.

Il quartetto dei loro amici è molto ben articolato: il Marcello di Darko Vidic mostra freschezza ed eleganza nella condottta vocale, buone doti d'attore, ed un timbro ed un colore accattivanti, così che nei duetti con Rodolfo e nei bisticci con Musetta appare convincente e simpatico; la Musetta di Mirjam Tola brilla per maliziosa finezza, e per bella presenza scenica; corretti vocalmente e credibili interpreti lo Schaunard di Rok Bavcar ed il Colline di Saša Cano, lodevole per musicalità nella sua «Vecchia zimarra». Due caratteristi di considerevole bravura come Aljiaz Volcansek (Parpignol) e Silvo Škvarc (Alcindoro) completavano il cast.

Sul podio dell'Orchestra lubianese stava il maestro ceco Jaroslav Kyzlink, che ha offerto una direzione dall'andamento spigliato e leggero, giocando sulle morbidezze di suono e sugli indugi di tempi che tanto contano in Puccini. La sua è una concertazione dalla nitida propensione narrativa, evidente nella tenerezza dei duetti e nella giocosità delle scene d'insieme dei quattro amici, al primo, terzo e quarto atto; sempre pronta a sostenere adeguatamente il lavoro dei cantanti, ed attenta alle preziosità coloristiche cosparse nella partitura. Peccato solo che nella scena del Quartier Latino caschi il palco, e si avverta indeterminatezza e confusione, al limite della chiassosa volgarità; e Puccini tutto può essere, ma mai volgare! Grave difetto, invero, originato però anche dal fatto che – come già detto – il coro in scena si riduce ai pagliacci collocati nei finti palchetti, mancando tutto il resto. Coro che, tra l'altro, nel suo insieme non mi pare abbia brillato stavolta né per morbidezza né precisione.
 

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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