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Teatro

Lo splendore del gioco

Lo splendore del gioco

Lo splendore dei supplizi.
Il titolo può trarre in inganno chi, paventando l'ennesima elucubrazione mentale fine a se stessa tanto in voga nel teatro cosiddetto di “ricerca”, teme di ritrovarsi di nuovo bloccato tra le file di una platea prigione di noia. Un supplizio anche quello si potrebbe dire. Questo pensiero credo si possa allineare con l'idea di supplizio messa in scena dalla compagnia Fibre Parallele.
Una tortura che conduce alla morte, passando per la sofferenza.
Ma i tempi cambiano e crocifissioni e impalamenti lasciano il posto a più sottili, ma non per questo meno terribili, dinamiche relazionali e sociali.
Siamo nel presente e la tortura che punisce l'uomo per i misfatti compiuti o presumibilmente compiuti si nasconde nel quotidiano.
I supplizi sono quattro: una giovane coppia divisa dalla distanza, geografica e caratteriale, che si dilania in questo rapporto vuoto e morboso, dal quale non sembra esserci via d'uscita.
Il giocatore, drogato di videopoker e scommesse recluso in una solitudine piena di rimorsi.
La badante straniera che accudisce un vecchio infermo e per questo dispensatore di sofferenza.
Un vegano rapito da due operai, schizofrenici perchè senza più ruolo nella società, costretto a mangiare derivati animali.
Un'analisi interessante, condivisibile su molti punti e sorprendente sull'acutezza del punto di vista.
Lo spettacolo si divide in due tempi, per problemi di cambio scena e costumi, poiché tutti i personaggi di questi quadri vengono interpretati dai due attori-autori: Licia Lanera e Riccardo Spagnulo. Il boia, interpretato da Mino Decataldo, apre e chiude il sipario come una ghigliottina  sulla scena del supplizio, oltre ad essere il vegano inondato di latte e uova e carne nella scena finale.
Il primo tempo dello spettacolo è piuttosto faticoso, troppe parole, troppa diluizione dell'azione nel detto, la drammaturgia si affatica sull'evoluzione del narrato. Si indugia sulle circostanze faticando a raggiungere il nodo drammatico.
Il secondo tempo è decisamente più interessante. La parola lascia il posto prevalentemente all'immagine: asciutta, precisa, chiara e diretta.
In particolare il supplizio della badante è drammaturgicamente il più riuscito, tant'è vero che si indugia a decidere di chi, tra i due, sia realmente il supplizio.
Fortunatamente questa compagnia è dotata di un buon senso dell'umorismo e, pur trattando argomenti piuttosto dolorosi, non si prende mai eccessivamente sul serio.
Tutto è velato dal senso del gioco, c'è una distanza tra l'argomento e la traduzione artistica che permette a chi guarda di giudicare se stesso e gli altri senza pregiudizi o onanistici sofismi.

Luigi Orfeo

  REGISTA di TORINO

Sono un regista di teatro e di lirica, ma nasco come attore. Ho iniziato a studiare alla Silvio d'Amico dove ho conosciuto i colleghi con i quali ab...

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