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Teatro

Le cangianti sonorità dell'ultimo Debussy

Le Six Épigraphes antiques ed i due Livres degli Études nell'interpretazione del giovanissimo Axel Trolese, vincitore del Premio Casella Venezia 2015.

Le cangianti sonorità dell'ultimo Debussy

Il lungo e convulso percorso della letteratura pianistica che inizia con Mozart e prosegue con Beethoven, che prende il volo con Chopin, Schumann e Mendelssohn, e che poi registra le estasi romantiche di Liszt e Brahms e i tormenti visionari di Scriabin, prima di essere consegnato nelle mani delle prime avanguardie del Novecento pare trovare un momento di rallentamento, come un desiderio di riepilogo storico – ma senza nessun sentimento di nostalgia - nell'ultimo Debussy.

Quello che però rende, in questo senso, così preziosi i ventiquattro Préludes, i dodici Études e le sei Épigraphes antiques –  cicli ideati tra il 1909 ed il 1915 – non è solo questa loro peculiare fisionomia, dai contorni sfumati ed allusivi di un grande passato. Lo è ancor più il loro ruolo anticipatore delle successive, e sovente rivoluzionarie tecniche esecutive e compositive intorno alla tastiera e che vedranno operare - ognuno con proprio e diverso orientamento – un Bartók, un Prokofiev, uno Stravinsky; e personalità nettamente più sperimentali come quelle di quali Coward, Ives e Cage.

Che i due Livres che compongono gli Études, come d'altro canto i precedenti Préludes, siano stati ispirati alle analoghe composizioni chopiniane, è quanto mai evidente; soprattutto i primi, composti dopo che Debussy aveva curato per l'editore Durand un'edizione critica degli Studi op. 10 e op. 25 del grande polacco, e che vennero pubblicati con una significativa dedica - À la mémoire de Frédéric Chopin – che pare rimuovere ogni possibile obiezione in merito. E se nei suoi Préludes Debussy si muoveva già con un'amplissima libertà formale, che esclude un prefissato gradiente tonale e spesso sconfina in uno spinto descrittivismo, negli Études viene escluso a priori qualsivoglia intento precisamente didattico, a favore di un atteggiamento rivolto piuttosto della catalogazione della tradizione e della cultura allora maturate intorno a questo strumento. Proprio là dove, come ha annotato Piero Rattalino «i luoghi deputati della tecnica pianistica (le cinque note, le terze, le seste, le ottave, le note ribattute, ecc.) determinano il piano dell'opera , e la sonorità pianistica che Debussy ha scoperto si rapporta alle astrazioni didattiche della tradizione, attraverso le quali, quasi come in una griglia, ricompare tutto il cammino stilistico che il creatore ha percorso in circa trent'anni di attività. Un ciclo storico si chiude per sempre: nel pianoforte non ci sarà più nulla da scoprire».

E' questo complesso di cose che rende così difficile comprendere ed interpretare al meglio questi dodici brevissimi brani, che hanno trovato su disco – da Cortot, Rosen e Gieseking in poi – molti illustri esegeti. Che ora ad affrontarli sia per il proprio prima registrazione – contenuta in un CD intitolato The late Debussy - un giovanissimo pianista italiano, potrebbe sembrare un po' temerario.

Così però non è, dato che al dispetto del mero dato anagrafico il pianista Axel Trolese – vincitore a Venezia, a soli diciott'anni del Premio Casella 2015 - può mettere in mostra non solo un'assoluta padronanza tecnica dello strumento e delle sue risorse, conquistata in Italia prima diplomandosi col massimo dei voti nel 2014 a Cremona con Maurizio Baglini, e seguendo anche gli insegnamenti di Roberto Prosseda e Alessandra Ammara; padronanza attualmente in via di ulteriore affinamento nella classe di Denis Pascal a Parigi. Ma anche esibire una spiccata personalità ed una già invidiabile maturità artistica, che fanno presagire di qui in avanti ulteriori grandi traguardi interpretativi. E soprattutto, in questo particolare caso, un'inaspettata interiore vicinanza ed una introspettiva affinità con il peculiare spirito di queste tarde composizioni debussyane: perché in questa sua esecuzione le sonorità astratte, gli intarsi melodici, le combinazioni timbriche, le atmosfere sospese di queste due straordinarie raccolte trovano grazie al tocco delle sue mani piena realizzazione. Affinità forse ancor più evidente nella raffinata resa delle Six Épigraphes antiques che aprono il CD - qui nella loro posteriore versione per piano solo - dove i fascinosi impasti sonori paiono rilucere in tutti i loro cangianti colori, immersi in una vaporosa luce riflessa come nelle lievi Ninfee di Monet. Non a caso, frutto di inesauste ricerche pittoriche anticipatrici a loro volta della pittura informale e dell'action painting d'Oltre Oceano.

(Registrazione BartokStudio effettuata il 23 e 24 maggio 2016 all'Auditorium Fazioli di Sacile, ovviamente su cristallino pianoforte Fazioli, CD Movimento Classical MVC 001/16)

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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