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Teatro

Kamp, un occhio duplice sul lager di Auschwitz

L'opera multivisuale della compagnia olandese Modern Hotel nella chiesa trecentesca di San Simone.

Kamp, un occhio duplice sul lager di Auschwitz

Più che uno spettacolo teatrale in senso stretto Kamp – lavoro scenico della compagnia olandese Modern Hotel – è una performance artistica multidisciplinare, che assume la forma teatrale in quanto spettacolo dal vivo, anche se il linguaggio principale cui l'opera fa riferimento è quello del cinema. Ideato e messo in scena da Herman Helle, Pauline Kalker e Arlène Hoornweeg, prodotto col contributo del comune di Rotterdam e del Fondo olandese per le arti performative, questo lavoro del 2005 – già rappresentato in 19 Paesi – è andato in scena nella trecentesca chiesa di San Simone.

Un plastico di oltre cento metri quadri raffigura il campo di Auschwitz, popolato da tremila figurine forgiate a guisa di prigionieri e di aguzzini; figurine concepite con gusto espressionista, che rievocano un po' l'Urlo di Munch e un po' le tavole di Maus sui campi nazisti. Nella rappresentazione di una giornata di vita e di morte nel lager, il pubblico osserva direttamente dinanzi a sé la prospettiva generale del campo, che i tre burattinai sulla scena animano costantemente, muovendo i pupazzi e gli oggetti; al tempo stesso i tre artisti guidano delle piccole telecamere concentrandosi su alcuni punti focali del plastico, la cui immagine in presa diretta viene proiettata sulla parete di fondo. Si crea in tal modo un doppio canale di visione: quello teatrale, in cui lo spettatore si affaccia dal vivo sull'intera scena, definendo liberamente la propria sequenza punti di osservazione; e quello cinematografico, in cui l'occhio sovrano della telecamera fornisce il punto d'osservazione selezionato e ravvicinato sui fatti.

Per come è concepito lo spettacolo, lo sguardo indagatore della telecamera sopravanza emotivamente la visione diretta della scena: l'inquadratura – tutt'altro che un occhio neutrale – accentua i movimenti e le relazioni fra gli oggetti scenici, sviluppando un pathos tragico nel movimento delle figurine inanimate attraverso sequenze seriali di volti, prospettive severe, punti di vista inaspettati. Il risultato è di una certa efficacia espressiva: la messa in scena interroga continuamente lo spettatore sul duplice punto di vista, quello diretto, del gioco esplicito, e quello simbolico, della memoria della tragedia. Ed è merito notevole della perizia visuale degli autori il fatto che questa scelta espressiva raggiunga punte elevate di suggestione drammatica, superiore in alcune sequenze alla forza abituale del cinema tradizionale.

Dinanzi a un lavoro così inusuale e stimolante resta inspiegabile la scelta di una decina di spettatori di abbandonare anzitempo la sala, in modo rumoroso e apertamente sgradevole per il pubblico. Cosa impedisca ad alcuni individui adulti di aprirsi alla curiosità intellettuale per un tempo ragionevole (lo spettacolo dura un'ora) resta un punto di riflessione che lasciamo agli organizzatori del Festival.

Edgardo Bellini

  Redattore

Appassionato e studioso di teatro, scrive su teatro.it dal 2006 interessandosi soprattutto al teatro contemporaneo e alle scritture del presente. A...

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