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Teatro

"Guerra santa" di Fabrizio Sinisi debutta a Brescia

Il testo vincitore del Premio Giovanni Testori 2018 viene allestito dal Centro Teatrale Bresciano

Guerra santa
Guerra santa © @Umberto Favretto

Vincitore del Premio Giovanni Testori 2018, Guerra santa (INFO e DATE) di Fabrizio Sinisi è la nuova produzione firmata Centro Teatrale Bresciano che vede la regia di Gabriele Russo e l’interpretazione di Andrea Di Casa e Federica Rosellini. Lo spettacolo debutta martedì 5 marzo sul palco del Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara di Brescia.

Una tragedia contemporanea

Guerra santa è una riflessione inedita su terrorismo islamista e nichilismo europeo, ma soprattutto un dramma generazionale che mette in scena il duro scontro fra padri e figli, in una vera e propria tragedia contemporanea.

La sera di un venerdì prima di Pasqua, nel duomo di una grande città europea, un sacerdote cattolico riceve la visita di una giovane donna. I due si conoscono bene: la ragazza ha frequentato per anni, da bambina, la sua parrocchia. Tuttavia, sette anni prima, era scappata via insieme al suo migliore amico per arruolarsi in una formazione terroristica. Torna ora, dopo sette anni, a domandare ragioni, a spiegare motivi, a raccontare l’accaduto. In una successione di sei monologhi incrociati – sei accuse, sei arringhe, in cui la parola teatrale diventa lo strumento di una resa dei conti, il luogo di una estrema verifica esistenziale – emerge anche la ragione ultima di questa visita: organizzare il più clamoroso e simbolico attentato terroristico della storia europea.
 

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Una lotta attraverso il linguaggio

"Nel vocabolario islamico il termine jihad – che traduciamo appunto come “guerra santa” – indica solo in una seconda accezione uno scontro bellico - scrive il drammaturgo Fabrizio Sinisi - Il suo primo significato, invece, è teologico, e indica il combattimento tra bene e male interno al credente, la lotta che ogni individuo deve condurre per affermare la verità di se stesso. Da qui sono partito per scrivere Guerra santa, come un esperimento linguistico, strutturale, che aggira qualsiasi convenzione naturalistica: volevo che gli attori arrivassero al personaggio tramite una lotta, e questa lotta doveva avvenire innanzitutto nel linguaggio. Volevo scrivere un testo che funzionasse come un processo reciproco, trasformando il palco in ciò che dovrebbe sempre essere secondo me il teatro: il luogo di un parlare assoluto – un rito, un sacrificio, un evento di trasformazione del senso. Volevo che in Guerra santa accadesse quello che non accade mai nella vita: due esseri umani che si parlano senza scampo, come se fosse l’ultima volta, costretti quasi loro malgrado a dirsi tutto".


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Davide Cornacchione

  Redattore

Studi classici e laurea in farmacia. La lettura del Macbeth di Shakespeare suggerita da una lungimirante insegnante di italiano in terza media ha stim...

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