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Teatro

Altro esperimento con “Simone Boccanegra”: cantanti in teatro, coro ed orchestra dall'altra parte di Zurigo.

La colonna sonora di questo Simone Boccanegra portato in scena all'Opernhaus di Zurigo scaturisce da uno strambo procedimento, oltre che da una sfida tecnologica pensata sulle esigenze di distanziamento. 

Simone Boccanegra
Simone Boccanegra © Monika Rittershaus

La colonna sonora di questo Simone Boccanegra portato in scena all'Opernhaus di Zurigo il 16 dicembre 2020, e trasmesso in diretta streaming sulla piattaforma ARTE, dove è ancora disponibile, scaturisce da uno strambo procedimento, oltre che da una sfida tecnologica pensata sulle esigenze di distanziamento. 

L'orchestra ed il coro stanno in una sala di registrazione lontana, dalla quale suono e voci viaggiano in fibra ottica e sono riprodotti in teatro (con presenti pochissimi spettatori presenti nei palchi) a sostenere i cantanti, i quali puntano lo sguardo su di uno schermo posto dove un tempo stava la buca del suggeritore. Assai meno macchinoso sarebbe stato collocare coro e strumenti nella platea vuota, come s'usa fare in questi tempi di Covid-19.

Christian Gerhaher


Va da sé che Fabio Luisi – qui al suo ultimo impegno quale direttore musicale del massimo teatro svizzero - mette in campo tutta la sua abilità di concertatore d'alto livello, la grande capacità di tenere serrate le fila degli strumenti, l'abilità di 'dipingere' i suoni; ma specie nei concertati qualche avvertibile scollamento, senza il contatto diretto e tangibile fra le parti in gioco, è inevitabile. Valeva la pena di complicarsi la vita, di spendere tutte queste energie? 

Sia come sia, all'ascolto – e l'audio è ottimale - spicca l'ottima qualità della compagine dell'Opernhaus, dalla quale il direttore genovese trae suoni eleganti e distillati, ariosità di lettura, e rende giustizia a quella vastissima gamma di colori che è insita nella partitura verdiana. Ragguardevole pure la prova del coro diretto da Janko Kastelic.

Tempi di plumbee dittature

Lo spettacolo in sé non è male, a patto di accettare un impianto antitradizionale. La scenografia di Christian Schmidt, su cui lavorano abilmente le luci di Franck Evin, mostra solo un'infinita sequenza di alte e candide porte, fisse su pareti in continua rotazione, e divise da angusti corridoi. Soluzione non nuova, ma efficace. Aleggia un'atmosfera claustrofobica, soffocante: ai personaggi par che manchi l'aria. Un clima da regime dittatoriale, guardando i costumi vien in mente la Spagna di Francisco Franco. 

Christian Gerhaher e Jennifer Rowley


Al centro, appare di tanto in tanto il relitto d'una barca, un salone, la sala del consiglio; vuota, perché Simone non parla all'assemblea, ma detta ad un segretario. D'altro canto, il coro ed i personaggi che esso raffigura restano fuori scena, suggestivi voci che giungono da un altrove. Spunta di tanto in tanto una inquieta figurina bionda, l'evocazione della bimba scomparsa, invano rincorsa. La buona regia è di Andreas Homoki, responsabile artistico del teatro, e punta molto sulla concentrazione collettiva e sull'espressività d'ognuno, specie in vista dell'accurata ripresa televisiva di Michael Beyer.

Niente voci italiane

Nel cast non c'è un nome italiano, che sia uno: eppure non ci possiamo lamentare, composto com'è in massima parte da cantanti che possiedono l'adeguata concezione del dettato verdiano. Christian Gerhaher si cimenta con il suo primo Simone, curandolo in scena con la stessa cura con cui cesellerebbe un lieder di Schubert, dando pienezza ad ogni parola; la voce del baritono bavarese, si sa, è molto bella, ricca di colori, e duttile l'espressione, pur se il timbro è un po' chiaro per questa figura. Perfetto all'inizio, ombra furtiva tra i carrugi di Genova, gli riesce poi meno facile esprimere l'autorevolezza nobile ed austera, screziata di malinconia, del vecchio Doge. 

Jennifer Rowley e Christian Gerhaher


Altro debutto quello di Jennifer Rowley nei panni di Maria/Amelia: calibratissima la linea vocale, il timbro ampio, vellutato, l'emissione omogenea nell'intera gamma, sino a limpidi acuti. Metteteci sopra la notevole l'espressività, la tempra e lo stile autenticamente verdiani, ed avete di fronte, con il soprano americano, la miglior presenza della serata. Il giovane georgiano Otar Jorjikia centra bene un infuocato ed appassionato Gabriele, grazie ad una bella voce da tenore lirico, morbida in basso ed al centro, ferma e luminosa in alto; ma con qualche tendenza, speriamo emendabile, ad andar fuori di tono. 

Il basso tedesco Christof Fischesser è un Fiesco alquanto di routine, con un timbro sin troppo scuro, tendente al morchioso; ma non gli fa difetto non tanto la voce, quanto lo spessore psicologico del personaggio. Spicca invece benissimo il carattere ambiguo e torbido di Paolo Albiani grazie a Nicholas Brownlee, basso baritono statunitense che ad un solido e ben ammaestrato strumento vocale unisce eccellenti qualità d'interprete. Completano la compagnia Brent Michael Smith (Pietro), Siena Licht Miller (l'ancella) e Savelii Andreev (capitano dei balestrieri).

 

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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