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Teatro

Alla Staatsoper di Berlino il 2020 si chiude con “Lohengrin” ed un cast d'eccellenza

Una produzione tutta nuova di zecca per uno spettacolo sovente poco comprensibile e che stravolge il clima eroico e romantico di un testo teatrale in bilico tra epos e favola.

Lohengrin 
Lohengrin  © Monika Rittershaus 

E' una produzione tutta nuova di zecca, il Lohengrin wagneriano che domenica 13 dicembre chiude quest'anno infausto alla Staatsoper Unter der Linden di Berlino. A sala vuota, ma con un collegamento in streaming che ha raggiunto tutto il mondo, e che troveremo disponibile sino a metà gennaio sulla Piattaforma europea ARTE

L'allestimento non ci è piaciuto, però: il sipario si apre nel preludio con torbide immagini acquatiche proiettate sullo sfondo, per cedere il posto alla ferrigna e scarna scenografia di Rebecca Ringsts, attraversata dalle algide luci di Michael Bauer. Su questa base si sviluppa malauguratamente un cervellotico e mediocre esempio di regietheater a firma di Calixto Bieito, sul quale non varrebbe la pena di spendere troppe parole. Uno spettacolo sovente poco comprensibile, che insieme agli abiti moderni di Ingo Krügler finisce per negare del tutto, più che stravolgere, il clima eroico e romantico di un testo teatrale in bilico tra epos e favola.

Vida Mikneviciute

Un susseguirsi di brutte trovate registiche

Così si succedono idiozie quali l'apparizione di Lohengrin con in mano il Cigno rappresentato da un origami di carta, nonché innumerevoli banalità: la scritta LIEBE dietro la giacca dell'eroe, le maschere da clown, i manifesti sventolati, i corpi insanguinati, le bambole a pezzi nel duetto fra Telramund e Ortrud, la gestualità talora idiota... l'elenco sarebbe lungo. E qualche raro lampo d'intelligenza scenica, che pure qua e là si intravede, non risolleva ad ogni modo il miserando bilancio generale. Buona la regia televisiva che dobbiamo ad Andreas Morell; ma tutto considerato, avremmo di gran lunga preferito un'esecuzione in forma di concerto.

Le voci non deludono i fans di Wagner

Si sarebbe così forse gustato ancor meglio il versante strettamente musicale, che allinea indubbi pregi. Primo fra tutti, la direzione equilibratissima di Matthias Pintscher, a capo della Staatskapelle Berlin. Conduzione dalla magistrale precisione, che ricrea un nitore strumentale sontuoso, ed una maestosa e radiosa ampiezza sonora; una visione poderosa e nitida, nella quale si insinua un vibratitile e ben teso arco drammatico, in cui ogni brano si incatena al seguente in un possente divenire scenico e musicale.

Roberto Alagna


Roberto Alagna doveva debuttare il non facile ruolo di Lohengrin – primo suo accostamento al grande repertorio tedesco - già due anni fa a Bayreuth, ma dovette rinunciare all'ultimo. Questa dunque è una bella rivincita, e una conquista ben meritata. Perché nell'eccitante interpretazione del tenore franco-siciliano, nei tratti del suo misterioso guerriero scorgiamo giovanile freschezza e vibrante eroismo; la linea vocale è ampia e solida, la declamazione prodiga, il fraseggio incisivo, il canto vibrante e luminoso.

Naturale, tra l'altro, che la linea vocale da lui adottata per rendere figlio di Parsifal sia quella che da Melchior discende a Domingo – dunque non solo nobile e sensibile, ma anche con un tratto di mediterranea sensualità –  così che slancio lirico, passione e tragedia si fondino totalmente.

Martin Gantner ed Ekaterina Gubanova

Per Elsa un altro debutto

Il soprano lituano Vida Mikneviciute affronta pure lei per la prima volta Elsa, con esiti molto convincenti: ben riuscito il coinvolgimento espressivo, piena la consistenza timbrica, pregevole la purezza della linea vocale. L'ambiziosa Ortrud viene plasmata dal mezzosoprano Ekaterina Gubanova, che non delude né dal punto di vista vocale - splendido il suono brunito, in un tripudio di accenti simili a metalliche rasoiate - né da quello interpretativo, visto che la sua rabbiosa figura mischia bene lampi di seduzione e di luciferina malvagità. 

Le tiene solidamente testa il baritono Martin Gantner, che scolpisce con veementi tratti di scalpello il granito del suo Telramund, del quale dipinge con tratti energici l'irresoluta ambiguità. Un nome, una garanzia: è così che René Pape delinea con grande maestria ed autorevolezza Re Heinrich. Non si capisce bene perché la regia abbassi l’Araldo al rango di giullare, comunque Adam Kutny lo rende a dovere. Ineccepibile la prestazione dello Staatsopernchor, diretto da Martin Wright.

 

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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