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Teatro

Addio a Paolo Villaggio, l'indimenticabile Fantozzi

Stavolta è proprio vero: Paolo Villaggio se n'è andato. Tante, negli anni, le bufale sulla sua morte. Lui ci scherzava su e noi, ogni volta, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Ci lascia dunque l'ultima maschera della commedia dell'arte,il primo comico a ricevere, nel 1992, il Leone d'oro alla carriera.

Addio a Paolo Villaggio, l'indimenticabile Fantozzi

Chissà se ci starà leggendo dal Paradiso, dove aveva spedito il suo Fantozzi (per poi farlo resuscitare). Magari sarà seduto su una poltrona in pelle umana, con birra e rutto libero e un mega schermo dove poter guardare in santa pace le partite di calcio.
O forse è già in sella a un'immaginaria bicicletta, pronto per la coppa Cobram, atteso da tempo dal compagno di avventure Filini, l'attore Gigi Reder.
Stavolta, l'icona che ha attraversato oltre cinquant'anni di spettacolo ci ha lasciato davvero. Si è sempre professato ateo e riconosceva di aver un caratteraccio, tanto che sulla sua morte si era portato avanti nel 2002, quando aveva scritto la sua autobiografia: Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda.

Un grande nome tra grandi nomi

"Com'è umano lei!", era una delle frasi cult del suo personaggio per eccellenza, il ragioner Ugo Fantozzi. Ma suoi sono anche il Professor Kranz, un truce prestigiatore dall'accento tedesco e dai giochi puerili e il timido e umile Giandomenico Fracchia.
Nato a Genova nel 1932, Paolo Villaggio ha proposto da sempre una comicità grottesca e satirica, che attingeva dall'attualità e dalla vita reale.
Scoperto da Maurizio Costanzo, che lo spronò a esibirsi in un famoso cabaret romano, Villaggio fece poi parte della fucina di talenti del Derby di Milano, luogo magico che contribuì alla sua affermazione.
Una carriera che l'ha portato a frequentare e lavorare con i più grandi: Fellini, Monicelli, De André (del quale fu amico di numerose scorribande giovanili), Pozzetto, Gassman. E poi, ancora, Loy, Avati, Ferreri e Comencini.
 

E poi fu Fantozzi


L'idea nacque negli anni '60, inizialmente per una trasmissione radiofonica, Il sabato del Villaggio, dove l'attore raccontava le storie di un tragicomico impiegato, l'antenato del poi mitico Ugo Fantozzi.
Un personaggio reale, che Paolo Villaggio incontrò quando era impiegato alla Cosider: 

Fantozzi in realtà si chiama Bianchi. Al tempo in cui l'ho conosciuto, il suo ufficio era collocato in un sottoscala. Sono stato insieme a lui per parecchi anni. Parlottavamo, ma non sono riuscito mai a conoscerlo bene. Il mio primo incontro con lui si è svolto in una stanzetta, in questo sottoscala che gli avevano assegnato come ufficio. Quel giorno gli ho dato la mano dicendogli: “Permette?”. Lui si è alzato. Gli ho chiesto: “Ma perché si alza?”. E Bianchi-Fantozzi: “Credevo che volesse ballare.

Le storie del ragioniere finiscono anche sull'Espresso e nel 1974 arrivano al cinema, dirette da Luciano Salce. E' il trionfo. Il ragionere dalla pelle color topo, dalla giacca da ragionere, dalla Bianchina e dalla moglie e figlie bruttissime diventa una maschera vera, l'ultima dopo Totò a ispirarsi alle maschere della commedia dell'arte.
 

Il cinema e il teatro


E' nel film La voce della Luna di Fellini che Paolo Villaggio fa conoscere al grande pubblico il suo lato attoriale drammatico. E' il 1989: è grazie a questo film d'autore, dove è protagonista insieme a Roberto Benigni, che Villaggio riceve il suo primo David di Donatello come miglior attore protagonista.
Nel 1992 cambia genere, ma resta scolpito nella memoria il personaggio del maestro Sperelli in Io speriamo che me la cavo, trasposizione cinematografica della Wertmuller del libro di Marcello d'Orta. E poi tanti altri personaggi, dal Don Abbondio della Archibugi all'Arpagone diretto da Giorgio Strehler.

Ciao, Paolo: ovunque tu sia, non smetteremo mai di citarti

Masticheremo nervosamente polpette di nascosto anche se saremo a dieta, penseremo (e diremo) che certi film che circolano sono una cagata pazzesca, giocheremo a tennis nella nebbia coniugando male (apposta!) i congiuntivi. Non smetteremo di gridare "E' un bel direttore!" per prendere in giro il capo, di sorridere guardando gli acquari, di etichettare come Folagra i colleghi riottosi. Continueremo a fare la pantomima "Excansibur, Excansibur, Excalibur" quando affonderemo il coltello nell'anguria e ci ricorderemo sempre di stare in allerta quando vedremo troppo pane nei cassetti della cucina. Ci innamoreremo della Silvani di turno, verremo surclassati dal solito Calboni e verremo puniti anche noi nell'ufficio del Megadirettore Galattico.

E, soprattutto, speriamo di poter andare in pensione anche noi, proprio come è riuscito a fare Fantozzi.

 

 

Fabienne Agliardi

  DIRETTORE EDITORIALE

Direttore Editoriale Teatro.it ...

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